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I numeri dei Cda delle prime 30 Spa quotate. L’età media è la più bassa d’Europa: 57 anni

Quante donne nei Cda delle prima 30 società italiane? Quanti laureati? Quanti stranieri? Qual è l’età media? Ecco tutti i numeri.

Quante donne nei Cda

Partiamo dall’analisi del numero di donne nei Cda delle grandi Spa italiane, le prime 30 per capitalizzazione in Borsa. Diciamo subito che tra 2005 e 2016 c’è stato un decollo, come mostra il grafico sopra, che smentisce buona parte della “narrazione” sul gender gap in Italia. Strada da fare ce n’è ancora dato che eliminarlo del tutto significherebbe aumentare enormemente il Pil, come Truenumbers ha spiegato in questo articolo.

In ogni caso, a confronto con gli altri principali Paesi europei ci poniamo, nel 2016, al secondo posto con il 31,4% dietro alla Francia, al 40%. Solo nel 2005 le donne nei Cda delle grandi Spa italiane erano solo il 2,7%; eravamo gli ultimi, e in ogni caso non si raggiungeva il 10% in nessun Paese. Vi è poi stata una progressione dal 2012 sia in Francia che in Italia. Al contrario in Spagna, Germania e Regno Unito la crescita della percentuale di donne nei Cda è stata più lenta.
Oggi dietro l’Italia vi è il Regno Unito con il 28,6% di donne nei Cda, la Germania con il 27% e, all’ultimo posto, la Spagna con il 18,8%.

I confronti internazionali

Ora vediamo i confronti tra Italia e gli altri più importanti Paesi europei. Ogni grafico mostra un aspetto della composizione dei Cda. Iniziamo a confrontare, con il grafico sotto, la percentuale di presenza di donne.

Come si vede le differenze sono notevoli, e c’è una ragione. In Francia prima e in Italia poi sono state varate leggi sulle “quote rosa” nei Cda. In Francia fu votata nel gennaio 2011 la legge Copé-Zimmerman, che introduceva l’obbligo per tutte le società quotate e le società non quotate con oltre 500 dipendenti e un volume d’affari di oltre 50 milioni di euro, di riservare almeno il 40% dei posti in Cda a ciascun sesso entro il termine di 6 anni. Con un obiettivo intermedio del 20 % entro tre anni per le società quotate.
L’Italia seguì dopo poco con la legge Golfo-Mosca dell’agosto 2011secondo la quale deve essere riservata una quota di almeno un quinto dei posti alle donne, e di un terzo al successivo rinnovo del Consiglio d’amministrazione.
In Germania invece una legge analoga, che obbligava le stesse grandi aziende a concedere il 30% dei posti alle donne nei Cda, è entrata in vigore solo nel 2016. Ma, come si vede, sempre più manager di sesso femminile si erano fatte strada già prima che la legge stabilisse un obbligo.

Gli stranieri sono pochi

L’Italia torna in fondo alle classifiche se si considera le percentuali di membri (uomini o donna) stranieri dei Cda, mostrate il grafico sotto.

Nel 2016 erano solo l’11%, contro il 45,2% del Regno Unito. La cosa non stupisce. A Londra e dintorni hanno sede alcune delle multinazionali più globalizzate del mondo, basti pensare al mondo della finanza. E, inoltre, nel mondo anglosassone, anche a causa della lingua comune, è normalissimo per un manager spostarsi tra Usa e Regno Unito, per esempio.
Ma l’Italia è più “provinciale” anche rispetto a Paesi più simili come Spagna e Germania, dove si raggiunge rispettivamente il 29,5% e il 23%.
Tra l’altro nel caso di questi due Paesi si partiva, nel 2005, da percentuali non lontanissime dalle nostre, l’11,5 e il 9,5%, ma nel corso degli anni i membri stranieri di Cda sono cresciuti in modo deciso, al contrario di quanto accaduto in Francia, e, appunto, in Italia. Segno probabilmente anche di una maggiore integrazione nell’economia mondiale, cosa che il capitalismo italiano non ha ancora raggiunto. Anche nella nazionalista Francia, quella che più di tutti si preoccupa dell’intervento straniero nella propria economia, si raggiunge il 24%.

Pochi laureati in Germania

L’Italia torna al secondo posto nella classifica sulla percentuale di laureati presenti nei Cda, con l’84,8% nel 2016. A dire il vero abbiamo toccato la prima posizione nel 2013, davanti al Regno Unito, tradizionalmente in testa fino a quell’anno, come mostra il grafico sotto.


Dal 2005 c’è stata una crescita, ma non eccessiva, in fondo nel nostro Paese si era già a quota 80,9%. Maggiore l’incremento in Spagna, di 10 punti, dal 76,4% al’86,3%. Ora è il Paese iberico al primo posto. Al contrario c’è stata una crescita e poi una decrescita in Francia e un calo nel Regno Unito, che aveva toccato il record dell’88,4% nel 2005 e ha visto una discesa dal 2014.

Ma i numeri più interessanti sono quelli tedeschi. Sono solo il 58% i dirigenti membri di Cda delle più grandi aziende tedesche che sono laureati. Pochissimi, in confronto all’Italia, seppure in aumento rispetto al 48,9% del 2005. Vi sono due ragioni principali. Il primo ha a che fare con una particolarità tutta tedesca dove esistono i consigli di supervisione, che sono un Cda allargato (in media 15-16 membri contro gli 11-12 presenti negli altri Paesi) che elegge un consiglio di manager ristretto, con 5-6 componenti. In quest’ultimo i laureati sono più dell’80%, ma il report della Consob da cui sono tratti questi dati, usa il primo per i confronti internazionali.
E poi in Germania tradizionalmente vi sono meno laureati che altrove: si raggiungono quasi i record negativi italiani, a causa della presenza di scuole superiori tecniche di ottimo livello oltre che di scuole professionali, che preparano per una carriera specialistica e ben remunerata e questo rende meno appetibile l’università. E c’è da immaginare che il capitalismo tedesco, fatto soprattutto di industria manifatturiera, abbia ai propri vertici molti soggetti con questi titoli di studio non universitari.

I Cda anziani

Sull’ultima statistica di rilievo, l’età media, vi sono meno sorprese e variazioni sia tra Paese e Paese che nel tempo: l’età media dei componenti i Consigli d’amministrazione. Ecco i dati.

L’età media oscilla tra i 57,9 dei Cda tedeschi e i 61,3 di quelli spagnoli. La Spagna è anche l’unico Paese che ha visto un invecchiamento in 10 anni, che è stato invece molto lieve altrove. Anzi, in Italia e Francia rispetto al 2005 vi è anche stato un leggerissimo ringiovanimento, di poche frazioni di anno, essendo passati, nel caso del nostro Paese, dai 57,5 anni ai 57,1. Oggi l’Italia è il Paese con i Cda più giovani tra i grandi Paesi europei.

I dati si riferiscono al: 2005-2016

Fonte: Consob

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