Università, quanto contano i compagni di classe

Nei professionali l’effetto del contesto sull’iscrizione è 5 volte più forte che nei licei

Durante l’intervallo si parla di interrogazioni, partite, vacanze e futuro. C’è poi chi racconta del padre medico, chi della madre insegnante, chi di un genitore che dopo la laurea non ha mai trovato un lavoro all’altezza. Sembrano conversazioni qualsiasi, ma possono contribuire a orientare una delle scelte più importanti: iscriversi oppure no all’università. Secondo uno studio della Banca d’Italia, infatti, le decisioni degli studenti non dipendono soltanto dai voti, dalla scuola frequentata o dal livello di istruzione della propria famiglia. Conta anche ciò che vedono nelle famiglie dei compagni di classe.

L’analisi, condotta su 2.376.576 studenti seguiti dalle superiori all’università, mostra che avere accanto studenti con genitori laureati aumenta la probabilità di proseguire gli studi. Ma non tutte le lauree esercitano lo stesso richiamo. L’effetto positivo emerge soprattutto quando quel titolo ha portato a un lavoro qualificato, diventando la prova concreta che studiare può aprire opportunità. Quando invece il genitore laureato è disoccupato o svolge un lavoro manuale, l’influenza si annulla. I ragazzi, insomma, non sono affascinati dalla pergamena appesa al muro: osservano ciò che ha prodotto nella vita reale. E decidono sulla base di quella promessa mantenuta, oppure tradita.

Scuola, famiglie e accesso all’università

Per ricostruire ciò che accade dentro una classe non basta sapere chi prende i voti migliori. Bisogna guardare anche alle storie familiari che ogni studente porta con sé: il lavoro della madre, il titolo di studio del padre, le aspettative che circolano tra i banchi. È questa rete di influenze quotidiane che i ricercatori della Banca d’Italia hanno cercato di misurare, incrociando due grandi archivi. La prima sono i questionari Invalsi compilati dagli studenti del secondo anno delle superiori tra il 2011/12 e il 2017/18, che raccolgono anche informazioni sul titolo di studio e sulla professione dei genitori. La seconda è l’Anagrafe Nazionale degli Studenti universitari, consultata per verificare quanti di questi studenti si fossero effettivamente iscritti all’università entro tre anni dal diploma.

Il dato complessivo mostra che il 51,5% degli studenti si è iscritto all’università, poco più di uno su due. Guardando alla composizione delle classi, in media il 27,5% dei compagni aveva almeno un genitore laureato, mentre il 49% aveva genitori che non avevano conseguito un diploma di scuola superiore. Infine, come mostra anche il grafico poco sopra, tra i genitori laureati, il 73,1% svolgeva un lavoro impiegatizio o comunque qualificato, mentre per il 22,2% la laurea era associata alla mancata occupazione o a un lavoro manuale, condizioni considerate dagli autori meno favorevoli rispetto al titolo conseguito.

Come si valuta l’influenza del contesto scolastico

Il passaggio più delicato era capire se a influenzare la scelta universitaria fossero davvero le famiglie dei compagni oppure altri fattori, come i voti, la condizione economica o la qualità della scuola. Per farlo, gli autori hanno confrontato studenti che frequentavano lo stesso istituto in anni diversi. In una scuola, per esempio, una classe poteva avere per caso più ragazzi con genitori laureati rispetto a quella dell’anno precedente, pur mantenendo caratteristiche molto simili. I ricercatori hanno quindi tenuto conto del rendimento scolastico, dell’origine sociale, dell’istruzione dei genitori dello studente e delle caratteristiche dell’istituto. È un po’ come confrontare due classi quasi uguali, ma immerse in ambienti familiari leggermente diversi: una volta sottratto il peso di tutto il resto, la differenza che rimane permette di stimare l’influenza esercitata dai compagni e dalle loro famiglie.

Università, conta anche la famiglia dei compagni

Il primo risultato dello studio è netto: anche il contesto familiare dei compagni può incidere sulla scelta di andare all’università. A parità di risultati scolastici, condizioni socioeconomiche della famiglia, istruzione dei propri genitori e caratteristiche della scuola frequentata, una maggiore presenza di studenti con almeno un genitore laureato aumenta la probabilità di proseguire gli studi. Il report considera i ragazzi della stessa scuola e della stessa coorte, non soltanto quelli della singola classe. In termini concreti, un aumento di circa 18 punti percentuali nella quota di compagni con genitori laureati fa crescere di circa un punto percentuale la probabilità di iscriversi all’università: indicativamente, dal 55% al 56%.

L’effetto cambia anche in base al livello di istruzione delle famiglie dei compagni. Se la presenza di studenti con genitori laureati aumenta di dieci punti percentuali, la probabilità di iscrizione cresce di circa 0,63 punti percentuali; con genitori soltanto diplomati, l’aumento si ferma a circa 0,25 punti. Al contrario, se cresce di dieci punti la quota di compagni i cui genitori non hanno terminato le superiori, la probabilità di iscriversi diminuisce di circa 0,69 punti. È un effetto contenuto, ma significativo: secondo gli autori, informazioni, aspettative e modelli familiari possono circolare tra i compagni e rendere l’università più vicina, oppure più difficile da immaginare.

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Quando la laurea diventa un modello per gli studenti

Il risultato più originale emerge quando i ricercatori distinguono i genitori laureati in base alla loro posizione lavorativa. Da una parte ci sono quelli occupati in lavori qualificati, come insegnanti, impiegati, professionisti e dirigenti; dall’altra i laureati senza lavoro o impiegati in mansioni manuali. La differenza è evidente: se la quota di compagni con genitori laureati e occupati in lavori qualificati aumenta di 10 punti percentuali, la probabilità di iscriversi all’università cresce di circa 0,85 punti percentuali. Considerando insieme tutti i genitori laureati, l’aumento è invece di 0,63 punti. Per i laureati disoccupati o impiegati in lavori manuali, la crescita stimata è di appena 0,28 punti e non è statisticamente significativa: non si può quindi affermare con sicurezza che esista un effetto reale.

Il titolo di studio, dunque, sembra influenzare le scelte dei ragazzi soprattutto quando è accompagnato da un risultato professionale visibile. Un adolescente non osserva soltanto chi si è laureato, ma anche ciò che quella laurea ha prodotto nel lavoro e nella vita adulta. Vedere un genitore laureato svolgere una professione qualificata può rendere più concreto il legame tra studio e opportunità; al contrario, la disoccupazione o un impiego che non richiede quel titolo possono indebolire questo messaggio. A fare da modello non è quindi la laurea isolata, ma il percorso completo che unisce istruzione e posizione professionale. È questa combinazione, secondo lo studio, a rafforzare maggiormente la propensione a proseguire gli studi.

Come i genitori laureati orientano l’università

Le ragazze sembrano essere più influenzate dalla presenza di madri laureate tra le famiglie dei compagni di classe, mentre sui ragazzi pesa maggiormente la presenza di padri laureati. Va detto, però, che questa differenza non è abbastanza marcata da poter affermare con certezza che sia il genere dell’adulto a determinare l’intensità dell’effetto: i dati suggeriscono piuttosto un’identificazione con modelli dello stesso sesso. In termini numerici: un aumento di dieci punti percentuali nella quota di compagni con un padre laureato fa crescere la probabilità di iscriversi all’università di circa 0,51 punti per i ragazzi e di 0,34 punti per le ragazze. Lo stesso aumento nella quota di compagni con una madre laureata produce invece una crescita di 0,50 punti per le ragazze e di 0,39 punti per i ragazzi.

L’effetto è ancora più forte quando la laurea si traduce in un lavoro qualificato, come un impiego da impiegato, professionista o dirigente. Se il numero di compagni con madri laureate e occupate in questi ruoli aumenta di 10 punti percentuali, la probabilità di iscriversi all’università cresce in media dello 0,70%; tra le ragazze, l’aumento sale allo 0,73%. Non possiamo dire con certezza che gli adolescenti seguano un modello specifico, ma i dati suggeriscono che il valore della laurea aumenta quando se ne vedono chiaramente i vantaggi professionali: studiare sembra più attraente quando, nel contesto scolastico, porta concretamente a un buon lavoro.

Ecco chi beneficia di più del contesto scolastico

Non tutti gli studenti risentono allo stesso modo dell’ambiente scolastico in cui si trovano. Il tipo di scuola frequentata, per esempio, fa una grande differenza. Negli istituti tecnici e professionali, avere più compagni di classe con genitori laureati sembra “contagiare” positivamente le scelte future: se in una classe la quota di questi compagni aumenta di dieci punti percentuali, la probabilità che uno studente decida di iscriversi all’università cresce di circa un punto percentuale. Nei licei, invece, questo effetto è molto più debole: lo stesso aumento porta a una crescita di appena 0,2 punti percentuali. In pratica, nelle scuole tecniche e professionali il contesto dei compagni pesa circa cinque volte di più che nei licei.

Un fenomeno simile si osserva guardando alla famiglia di provenienza degli studenti. Chi non ha genitori laureati risente molto di più della composizione della classe: se aumentano del dieci per cento i compagni che vengono da famiglie universitarie, la probabilità di iscriversi all’università sale di circa 0,8-0,9 punti percentuali. Per chi invece ha già un genitore laureato, questo stesso aumento produce un effetto molto più piccolo, intorno a 0,2 punti.

Il messaggio di fondo è chiaro: avere compagni di classe con un background familiare “universitario” conta soprattutto per chi, in famiglia, ha meno occasioni di entrare in contatto con l’esperienza universitaria. Vedere da vicino esempi concreti, ricevere informazioni e assorbire aspettative diverse può aprire orizzonti che altrimenti sembrerebbero meno accessibili. Lo studio, però, non ci dice esattamente come avvenga questa influenza — se attraverso il confronto diretto, il passaparola, o semplicemente respirando un’atmosfera diversa in classe.

Iscrizione università, il mix sociale nelle scuole aiuta

Mescolare le classi funziona meglio che dividerle. Sembra essere questo il “messaggio politico” più forte che emerge dallo studio di Banca d’Italia. Avere compagni di scuola con genitori laureati e con un buon lavoro aiuta, questo è chiaro. Ma non è vero che “più ce ne sono, meglio è” senza limiti. Lo studio mostra infatti che questo effetto positivo cresce fino a un certo punto, poi si riduce. Nelle scuole dove questi compagni “modello” sono pochissimi, l’effetto è minimo. Man mano che aumentano, la probabilità di iscriversi all’università sale, fino ad arrivare a un massimo di circa 2,8 punti percentuali in più nelle scuole dove sono presenti in misura intermedia. Ma se questi compagni diventano la maggioranza, l’effetto si dimezza, scendendo a circa 1,3 punti.

Il motivo, secondo i ricercatori, è che l’università sembra più “raggiungibile” quando se ne vedono esempi intorno a sé, ma non è ancora scontata per tutti. Se invece quasi tutti i compagni vanno all’università, la cosa perde forza: non è più un obiettivo che si distingue, ma la norma. Da questa scoperta nasce un consiglio preciso: evitare scuole troppo “polarizzate”, cioè con le famiglie più istruite tutte concentrate in pochi istituti e gli altri studenti isolati in scuole socialmente più omogenee. Mescolare gli studenti, con famiglie di diversa estrazione sociale, aiuta a far circolare informazioni, aspettative e modelli di vita che possono spingere più ragazzi verso l’università.

 

Fonte: Banca d’Italia
Anni di riferimento: anni scolastici 2011/12-2017/18 e immatricolazioni universitarie 2010-2021
Anno di pubblicazione: 2026

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