Carta e cibo i settori più penalizzati. Le auto di Londra pagherebbero un dazio del 9,7%
La Brexit si avvicina. La Gran Bretagna non dovrebbe partecipare alle elezioni per il Parlamento europeo che si terranno nel 2019: per allora dovrebbe essere già fuori definitivamente dall’Unione.
Trattative in alto mare per la Brexit
Eppure le trattative sono in alto mare, tra il desiderio di rispettare il mandato degli elettori inglesi e i timori per le conseguenze economiche di uno strappo troppo forte, di una “Hard Brexit”. Conseguenze che comunque si ripercuoteranno certamente sul bilancio della Ue.
Comunque la si giri il punto fondamentale è il legame molto stretto con l’economia dell’Unione Europea soprattutto in alcuni settori economici. Nel grafico sopra sono indicate le percentuali di dipendenza dalle forniture della Ue di alcune filiere che producono beni intermedi che poi saranno protagonisti dell’export britannico. Attenzione, si parla qui del peso della Ue sulle forniture internazionali, sono esclusi i fornitori inglesi.
In sostanza per produrre carta un’azienda cartiera del Regno Unito deve importare il 71% di materia prima da società che hanno sede in Paesi della Ue. Così è anche per le aziende chimiche e quelle farmaceutiche, che acquistano il 66% di materie prime e semilavorati esteri sempre da Paesi Ue, o per l’industria dell’auto, molto importante Oltremanica, che necessita per il 65% di ciò che acquista fuori dal Regno Unito da fornitori europei.
In particolare nella produzione di semilavorati nell’auto il 63% dell’import viene dal Regno Unito stesso, del rimanente 37% proveniente da fornitori internazionali il 24% proviene della Ue e il 13% dal resto del mondo.
Quanto e dove esporta la Gran Bretagna
Nel caso delle esportazioni di beni intermedi, la percentuale di clientela Ue su quella internazionale è la seguente, per settore.
Prendendo ancora l’auto come esempio, un paraurti prodotto nel Regno Unito nel 67% dei casi rimarrà nel Paese, nel 20% prenderà la strada della Ue, e nel 13% salperà per il resto del mondo.
Nel complesso il 15% della “supply chain”, ovvero della catena di fornitura di 14 importanti settori dipende dalla Ue, e ve ne sono 6 in cui si supera il 20%. In molti casi anche nelle esportazioni le destinazioni Ue superano il 20%.
Il problema dei dazi post Brexit
Il grafico sotto mostra i dazi applicati all’importazione di alcuni prodotti nella Ue. In generale i dazi europei sono piuttosto bassi, tra il 2 e i 3%, ma in alcuni settori sono ancora elevati, spesso per contrastare la concorrenza asiatica (per esempio nelle biciclette, con tariffe al 14,5%), ma senza alcun accordo commerciale potrebbero colpire anche le esportazioni inglesi, ad esempio nel settore automotive, dove i dazi arrivano al 9,7%. Non solo: si deve considerare anche che il settore auto è molto complesso, alcuni semilavorati sono importati, esportati, e re-importati più volte, superando le frontiere a più riprese e ogni volta che lo fanno devono pagare un dazio.
Dal grafico sopra sono esclusi quasi tutti i prodotti agricoli che in certi casi sono ancora altissimi: per esempio raggiungono l’87% sulla carne di manzo congelata.Non ci sono solo i dazi, ma anche delle barriere non tariffarie a rendere la vita difficile a quegli esportatori che non appartengono ad alcuna unione doganale o accordo di libero commercio con la Ue.
Per esempio: ogni esportatore inglese dovrebbe compilare il Single Administrative Document (SAD) e il Entry Summary Declaration (ENS), due documenti oggi non necessari per le merci che transitano all’interno della Ue. Solo la SAD ha 54 caselle da riempire, per esempio. E per ogni prodotto regolato ci sono documenti addizionali specifici.
Alcuni prodotti come quelli chimici e di origine animale, poi, sarebbero automaticamente controllati, non essendo più valido il riconoscimento reciproco delle certificazioni dei singoli Stati che vige ora nella Ue.
Con la Brexit il Regno Unito non potrebbe neanche più accedere al New Computerised Transit System (NCTS), ovvero il sistema informatico che consente di sottoporre elettronicamente documenti di transito e altre garanzie sui prodotti, e permette anche di tracciare il bene fino alla consegna.
Le conseguenze sarebbero più code alle frontiere, tempi più lunghi per il trasporto, e quindi più costi, da aggiungere ai maggiori dazi.
Un esempio: il costo per per un esame fisico di prodotti chimici o agricoli può variare da 100 a 660 sterline (113-676 euro) per container, senza contare il tempo per attendere il risultato delle analisi.
I dati si riferiscono al: 2017
Fonte: Commissione europea
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