Ma non si sono registrate le 500mila assunzioni attese senza pandemia

Modificata la contestata norma Orlando sul blocco dei licenziamenti. Il 30 giugno terminerà il blocco dei licenziamenti in vigore fin dai primi giorni dell’emergenza sanitaria nel febbraio 2020. Da questa data le aziende potranno riprendere a licenziare come prima per motivi legittimi come quelli economici. Ci saranno agevolazioni a favore dell’utilizzo della Cassa Integrazione in alternativa ai tagli. Il blocco dei licenziamenti, quindi, non sarà prorogato fino al 28 agosto come proposto dal ministro Orlando: una misura bocciata dal governo.
Quando scadrà il blocco dei licenziamenti?
Finirà dal 30 giugno, ma molte imprese dopo la crisi devono ristrutturarsi, soprattutto nei settori più colpiti. Ed è alto il timore che nella seconda parte del 2021 si concretizzi quella ricaduta della pandemia sull’occupazione che finora è stata frenata dalle misure governative. Banca d’Italia e Ministero del Lavoro infatti stimano che 240mila posti siano stati salvati dal blocco dei licenziamenti solo nel 2020, e altri 120mila nel 2021.
Del resto però in questo anno non sono state solo le cessazioni dei rapporti di lavoro ad essere state frenate ma anche le attivazioni. Si tratta delle assunzioni, e questo sia naturalmente a causa della crisi di domanda, che, però, secondo diversi economisti, anche del blocco stesso. Le aziende hanno assunto solo il personale strettamente necessario. Magari in quegli ambiti che a causa della pandemia hanno vissuto un’espansione, nei settori digital per esempio. Tuttavia non sono stati effettuati grandi investimenti, per la crisi e per l’impossibilità di ristrutturare le imprese. Nel complesso non sono stati creati 500mila posti che se le cose fossero andate come nel 2019 si sarebbero concretizzati in questo periodo, tra inizio 2020 e aprile 2021.
L’andamento delle assunzioni con la pandemia
Rispetto ai primi 4 mesi del 2020 tra gennaio e aprile di quest’anno sono state effettuate duemila attivazioni di contratti in meno, un milione e 427mila contro un milione e 429 mila. Si tratta del primo confronto annuale possibile tra due periodi entrambi di crisi, anche se nel 2020 la pandemia era arrivata in Italia a partire dal 21 febbraio.
Pochissimi quindi i cambiamenti dal fronte della assunzioni, mentre crollano le cessazioni, ovvero licenziamenti spontanei o per motivi disciplinari, pensionamenti, decessi di lavoratori. Sono state un milione e 296 mila, decisamente meno del milione e 659mila degli stessi mesi del 2020. Tanto che se in questo primo scorcio del 2021 il saldo è positivo, di 131mila nuovi lavoratori, l’anno scorso è stato negativo per 230 mila.
Ma il vero confronto, utile a valutare sia l’impatto della crisi che quello del blocco dei licenziamenti, è quello con con il 2019. Tra gennaio e aprile di quell’anno furono assunte 2 milioni e 170mila persone e cessarono un milione e 915 mila. Molte di queste naturalmente passarono semplicemente da un’impresa a un’altra, tanto che l’incremento netto della forza lavoro occupata fu di 255mila unità. Da questi numeri si capisce come nel 2021 nonostante le minori restrizioni sull’economia (le industrie non sono state più bloccate come nel primo lockdown) e le alte aspettative sui vaccini siamo ancora in piena crisi.
La pandemia e i contratti a tempo indeterminato
Ci sono differenze nell’andamento delle attivazioni e delle cessazioni in base al contratto applicato. Se nell’ambito del tempo determinato tra i primi 4 mesi del 2020 e i primi 4 del 2021 vi è stato un aumento delle assunzioni, passate da 977mila a un milione e 11 mila, nel caso di quelli a tempo indeterminato vi è invece stato un ulteriore calo, dopo quello, pesante, già verificatosi tra 2019 e 2020. Sono scese da 367mila a 311 mila. Giù anche le trasformazioni da tempo determinato a indeterminato, diminuite da 168mila a 141 mila.
E solo il parallelo decremento delle cessazioni, che sono passate da 486mila a 413 mila, ha fatto in modo che il saldo quest’anno sia di poco migliore. andando da 49mila a 59 mila. Più importante invece il miglioramento nel contesto dei contratti a tempo determinato. Dove le attivazioni nette sono passate da un saldo negativo di 268mila lavoratori a uno positivo di 88 mila.
Che cosa succede dopo il blocco dei licenziamenti?
Quello che appare evidente è che questi ultimi contratti si dimostrano quelli più sensibili al ciclo economico. Sono i primi ad accusare colpi quando si profila una crisi e i primi ad essere utilizzati quando si intravede una ripresa, come ora. Per attendere un aumento anche nelle assunzioni permanenti si dovrà attendere l’inizio di una crescita economica più robusta. E per molti osservatori potrà influire anche la fine del blocco dei licenziamenti, che incentiverà alcune imprese a fare investimenti, e quindi ad assumere, o cosa più probabile, stabilizzare lavoratori a termine, sapendo che in caso di necessità possono licenziare. Non sappiamo tuttavia se parallelamente l’inevitabile aumento delle cessazioni consentirà al saldo totale di rimanere stabile o lo renderà di nuovo negativo, e per quanto.
I dati si riferiscono al 2019-2021
Fonte: Ministero del Lavoro, Banca d’Italia
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