L’Economia della Bellezza: un settore da 500 miliardi di euro

Il 54% del valore prodotto dal segmento manifatturiero proviene dal “saper fare” artigiano

Quando parliamo di Economia della Bellezza ci riferiamo a ciò che rende il nostro Paese unico e inimitabile, alla storia e alle tradizioni più tipicamente italiane, a quel saper fare che è inscritto fin dall’antichità nel tessuto creativo e imprenditoriale del Paese e che è connesso in modo trasversale ed eclettico al concetto di Bellezza. Kaleidos, il Social Impact Lab di Banca Ifis, dal 2021 osserva questo particolare comparto dell’economia italiana che produce ricchezza traducendo in business l’identità più profonda dell’Italia. Tutto questo va sotto il nome di Economia della Bellezza.

Si tratta di un ecosistema produttivo in costante evoluzione ma che prepara il proprio futuro attingendo dalla storia, lungo un percorso fatto di know-how specifici, di tradizioni la cui origine si perde nel tempo e contraddistinto da un’identità forte la cui fonte vitale è la ricchezza artistica, culturale e paesaggistica che attraversa da nord a sud il nostro Paese e che è motivo d’attrazione per i turisti provenienti da tutto il mondo.

Siamo davanti a un settore particolare che include sia aziende che si concentrano esclusivamente sulla maestria dell’arte del “fare” (design-driven), sia aziende che hanno una missione più ampia, che le porta ad andare alla ricerca di un modello di business capace di creare un impatto positivo sulla società, sull’ambiente e sul territorio (purpose-driven).

Non solo estetica e buoni propositi: le aziende che fanno parte dell’Economia della Bellezza sono capaci di performance economiche importanti che determinano in modo tangibile l’avanzamento complessivo del sistema Italia. E sono i numeri a dirlo.

Economia della Bellezza, il comparto incide per il 26,1% sul PIL italiano

Nel corso del 2022 l’Economia della Bellezza ha fatto registrare un notevole contributo al PIL complessivo dell’Italia arrivando a incidere per il 26,1% sul totale. Questo si traduce in un valore prodotto dalle aziende di questa sfera che si avvicina alla straordinaria cifra dei 500 miliardi di euro. È importante notare inoltre come questa percentuale sia in crescita, sia in confronto al periodo precedente alla pandemia con un aumento dello 0,4% rispetto al 2019, sia in confronto al 2021 con un aumento del 2%.

Il “saper fare” artigiano: cuore del Made in Italy

Rimaniamo ancora sui numeri per sottolineare il contributo centrale dell’anima del Made in Italy, ovvero il “saper fare” artigiano, al fatturato complessivo del solo settore manifatturiero: 81 miliardi di euro. Una cifra che rappresenta il 54% del valore prodotto dal comparto che produce beni a partire dalle materie prime. Non stupisce quindi che per l’88% delle imprese del settore non sia possibile sostituire le competenze manuali con macchinari.

Non solo: per le imprese manifatturiere la conoscenza pratica e profonda delle tecniche artigiane non si limita a essere un tratto distintivo di qualità ma rappresenta un fattore distintivo di competitività sia nel contesto italiano sia in quello internazionale perché consente di reagire tempestivamente ed efficacemente ai nuovi trend e alle mode del mercato, come dichiara il 91% degli imprenditori.

Una caratteristica che permette anche posizionarsi in modo ottimale sui mercati, come sottolinea l’80% degli imprenditori la cui esperienza, in un settore che fonde storicamente l’approccio industriale con quello a proprietà familiare, permette di mettere a fuoco, catturare e quindi comunicare, attraverso i risultati dei prodotti finali, un concetto difficilmente riducibile a un’etichetta: quello di Made in Italy.

Il Made in Italy, infatti, non è un prodotto né un modo di produzione, ma è un approccio che genera valore attraverso la bellezza. Una bellezza che riguarda tutti gli organi di senso che permettono all’uomo l’interazione con l’ambiente circostante.

I tre nuclei principali dell’ecosistema “Economia della bellezza”

Più specificatamente il prodigio del Made in Italy risiede nella sua capacità di ibridazione tra il saper fare artigiano e la manifattura; nella sua capacità di conciliare la dimensione verticale della crescita economica con quella orizzontale della qualità. In questa galassia che sfugge a schematizzazioni standardizzate, è possibile tuttavia individuare tre nuclei principali che hanno caratterizzato l’andamento recente della catena di valore dell’Economia della Bellezza.

Partiamo dal settore Agroalimentare:

  • vero ambasciatore della Bellezza italiana confermato dall’ampia diffusione delle certificazioni: l’Italia, con 845 prodotti, è il Paese con il maggior numero di filiere DOP, IGP e STG al mondo, un primato che la colloca davanti alla Francia che si ferma a 698, alla Spagna con 349, alla Grecia che raggiunge quota 261 e al Portogallo con 184 prodotti certificati.

Dall’agroalimentare al turismo il passo è brevissimo, scopriamone l’impatto sulla nostra economia grazie allo studio di Banca Ifis:

  • il settore dell’ospitalità, dei viaggi e delle vacanze trova in Italia un luogo di elezione dove la tendenza globale alla ricerca dell’”esperienza memorabile” si esprime in tutta la sua forza. Il fattore che moltiplica il peso specifico del turismo in Italia è naturalmente la vasta eredità artistica del nostro Paese e delle sue meraviglie naturali, elementi che consentono all’Italia di meritare pienamente l’inclusione nel ristretto gruppo dei “great place to visit“.Ciaoooo
    • nel 2022 il comparto ha evidenziato un aumento del 14% delle attività svolte durante le vacanze e un incremento del 10% del numero di notti trascorse. A fare la differenza è proprio la grande offerta di esperienze culturali, artistiche e naturalistiche offerte dal nostro Paese.

Ma il paradigma della Bellezza non termina qui, si declina ancora e attraversa i settori della Tecnologia, della Cosmetica, del Sistema Casa, ma anche dell’Orologeria e della Gioielleria e poi dell’Ambiente e dell’Automotive:

  • per tutti questi ambiti nel corso del 2022 si è registrata un’estensione dell’approccio purpose-driven con circa 500 imprese in più che ne hanno adottato gli orientamenti, integrando valori e missioni socialmente rilevanti nelle loro attività con l’obiettivo di contribuire positivamente alla società e all’ambiente.

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economia della bellezza Banca Ifis

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Strategie per il futuro: preservare l’artigianato e attrarre le nuove generazioni

Ma il modello proposto dall’Economia della Bellezza è quindi privo di antagonisti? La risposta è un secco no. Il settore della Bellezza, il Made in Italy, nella sua accezione più vasta, è infatti minacciato da una dinamica che rappresenta al tempo stesso la fonte futura della sua forza: il ricambio generazionale. Non solo, a fare i conti più da vicino con questo nemico è proprio il segmento che custodisce la quintessenza del Made in Italy quel “saper fare” tramandato dai Maestri d’Arte: parliamo dei settori della produzione manifatturiera.

Purtroppo i numeri non lasciano molto margine d’interpretazione, da oltre vent’anni mostrano infatti una continua riduzione delle imprese artigiane legate alla manifattura. Al calo di circa 71mila realtà registrato nel periodo 2010-2022 si aggiunge a quello di 77mila avvenuto nel decennio precedente. Dal 2000 a oggi sono quindi mancate all’appello, complessivamente, più di 148mila imprese, una flessione del 32%. Oltretutto, gli artigiani stanno invecchiando: in dieci anni si sono perse oltre il 40% delle imprese guidate da under 30, mentre sono cresciute di quasi il 50% le ditte individuali guidate da artigiani con più di settant’anni.

Secondo quanto riferito dalle imprese artigiane intervistate dal Social Impact Lab di Banca Ifis, le difficoltà riscontrate derivano da due fattori. In primo luogo, si nota un minore interesse da parte delle nuove generazioni verso le attività artigianali. In secondo luogo, si evidenzia il peso eccessivo delle tasse e della burocrazia, fattori che rendono meno allettante la professione artigiana.

Ma quali sono le strategie per battere sul tempo questi avversari? Com’è possibile salvaguardare e trasmettere l’abilità dei Maestri d’Arte e contribuire a far sì che le imprese manifatturiere possano continuare a dare concretezza alle idee trasformandole in prodotti?

Le imprese artigiane finora hanno trovato una risposta a questa domanda nel networking, mantenendo all’interno del perimetro del loro comparto le attività di aggiornamento formativo e affidandosi solo limitatamente al mondo dell’istruzione scolastica. In sintesi, per mantenersi al passo con le richieste del mercato, hanno messo in atto queste strategie:

  • Formazione continua (prevalentemente on the job)
  • Scambi informali con altre imprese artigiane
  • Collaborazioni strutturate con altre imprese artigiane

Tuttavia, per garantire una futura disponibilità di personale qualificato, gli artigiani chiedono anche modifiche sostanziali nei programmi scolastici. Queste modifiche dovrebbero includere un rafforzamento dei percorsi di studio che siano in grado di trasmettere ai giovani l’importanza della creatività nelle attività artigianali e di ispirare la loro immaginazione. In aggiunta, si auspica l’istituzione di incentivi fiscali per coloro che intraprendono un’attività in questo settore, incoraggiando così le nuove generazioni ad abbracciare il mestiere artigiano.

Salvare l’artigianato tradizionale con le nuove tecnologie

Le sfide che il settore artigianale si sta preparando ad affrontare con crescente urgenza non sono passate inosservate all’Unione Europea, che il 1° aprile 2023 ha dato vita al progetto HEPHAESTUS, dal nome del dio greco protettore degli artigiani e della conoscenza tecnica.

Questo programma, che si concluderà nel 2027, prevede una dotazione iniziale di 3,9 milioni di euro per preservare le tecniche artigianali tradizionali che corrono il rischio di scomparire, nonché di promuovere il ruolo dell’artigianato nell’ambito culturale ed economico della società del futuro. In particolare HEPHAESTUS si propone di digitalizzare queste importanti conoscenze e di renderle accessibili attraverso archivi aperti. Istituendo un consorzio interdisciplinare il progetto combinerà la tecnologia con i processi artigianali al fine di esplorare il ruolo dell’artigianato nel futuro.

Inoltre il programma svilupperà anche percorsi di apprendimento continuo volti a favorire la crescita di un’economia all’avanguardia, creativa e sostenibile, fondata sulla sinergia tra i futuri sviluppi della tecnologia e l’eredità della maestria artigianale.

A tal riguardo è interessante sottolineare la diffusione del nostro Paese delle imprese artigiane che raggiungono il numero di 1,3 milioni. Praticamente ogni Comune italiano (il 99%) è sede di una impresa artigiana. A questo forte legame con il territorio si lega, inoltre, anche una straordinaria capacità d’integrazione sociale, le imprese sociali assorbono infatti l’80% della forza lavoro straniera in Italia.

Dati di fatto che mostrano come l’approccio imprenditoriale più antico, quello nato nelle botteghe e tramandato di padre in figlio, rappresenti ancora oggi un volano di crescita per le comunità e i territori, per i cittadini di domani, per il futuro dell’Italia, dell’Europa, di tutti.

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