Blocco da 39 Paesi, 1 miliardo di persone e il 30% degli scambi globali
Nel 2024 il commercio mondiale di merci ha raggiunto un valore di 24,4 trilioni di dollari, con un aumento del 2% rispetto all’anno precedente, secondo la World Trade Organization nella sua ultima World Trade Statistical Review. Questo dato mostra un segnale positivo, perché nel 2023 gli scambi erano diminuiti, mentre ora la domanda globale torna a crescere, anche se moderatamente. L’Asia ha guidato questa ripresa, facendo salire l’export in volume dell’8,5% e confermandosi come il motore principale degli scambi internazionali. In un contesto così complesso, che cos’è il Wto e perché oggi si parla di un suo possibile “Wto 2.0” per governare al meglio il commercio globale?
Nel 2024 il volume complessivo degli scambi di merci è cresciuto del 2,9%, superando l’aumento in valore, che ha raggiunto l’1,9%. In pratica, i Paesi hanno scambiato più beni, anche se i prezzi sono diminuiti, soprattutto quelli dell’energia. Questo andamento mostra che l’economia globale è in buona salute. Le prime dieci economie generano la metà delle esportazioni mondiali: la Cina guida con una quota del 14,6%, seguita dagli Stati Uniti con l’8,5% e dalla Germania con il 6,9%. Questi tre Paesi, molto rappresentavi per le economie dei rispettivi continenti, insieme, rappresentano quasi un terzo di tutte le esportazioni mondiali.
Numeri così positivi farebbero pensare a una stabilità dell’attuale sistema commerciale internazionale, rendendo meno prevedibile la volontà di riscrivere le regole globali con un nuovo Wto 2.0. Eppure, questa ipotesi resta concreta, anche alla luce delle tante spinte protezionistiche che stanno tornando a emergere.
Dazi Usa-Ue, la variabile Donald Trump
Entro il 9 luglio 2025 Stati Uniti ed Europa devono raggiungere un accordo sui dazi per evitare un’escalation commerciale. Al momento, l’amministrazione Trump è pronta ad applicare dazi al 10% su tutti i prodotti europei che entrano negli Usa, ma su alcuni settori le tariffe sono più alte. Le dogane americane tassano auto e componenti automobilistici al 25% e potrebbero riportare acciaio e alluminio al 50%, livello deciso durante il primo mandato Trump e sospeso negli ultimi anni. Senza un’intesa entro la scadenza, dal 10 luglio Washington raddoppierebbe il dazio base portandolo al 20%, lasciando invariati i dazi più alti sui settori strategici.
Trump ha annunciato che invierà lettere a 200 Paesi per aggiornare i contenziosi commerciali aperti, un segnale che aumenta la tensione globale. All’interno dell’Ue, la Francia sostiene una linea più dura, mentre la Germania opta per un approccio più negoziale. Le imprese europee dovranno in ogni caso affrontare prezzi più alti, una competitività ridotta e ripensare le proprie catene produttive e strategie di export.
Che cos’è il Wto
Il Wto, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, è nato nel 1995 con l’obiettivo di stabilire regole comuni per gli scambi internazionali e risolvere le controversie commerciali tra Stati, dopo la fine della Guerra Fredda. Oggi conta 166 Paesi membri e 23 osservatori, coprendo circa il 98% del commercio globale. In pratica, quasi tutti i beni e servizi che vengono comprati o venduti tra Paesi rientrano nelle sue regole. Si tratta di un’organizzazione che svolge un ruolo centrale nel garantire che il commercio mondiale si svolga in modo ordinato e con regole condivise, ed è per questo considerata un vero gigante dell’economia globale.
Un arbitro senza potere e la Cina che avanza
Ma se è così importante, perché oggi non funziona? Dal 2019, gli Stati Uniti bloccano la nomina dei 7 giudici della Corte d’appello, l’organismo che risolve le controversie tra Paesi membri. In pratica, se uno Stato viola le regole Wto, non c’è più un arbitro in grado di farle rispettare. E in questo vuoto la Cina viene spesso accusata di aver sfruttato le norme c per esportare senza limiti e condizionare i mercati internazionali a suo favore. Al vertice di questo organismo c’è Ngozi Okonjo-Iweala, economista nigeriana, prima donna e prima africana a guidare il Wto, che a Davos nel gennaio 2025 ha ricordato che spesso il commercio viene usato come capro espiatorio per problemi economici interni.

Che cos’è il Wto 2.0 e chi lo vuole
In questo scenario di tensioni e nuovi protezionismi, l’Europa pensa a un Wto 2.0. Ma perché proprio ora? Come si vede dal grafico, l’Europa è l’unica regione al mondo ad aver registrato un calo nell’export di merci nel 2024 (-1,7%), mentre Asia e Americhe corrono con crescite fino all’8,5%. Davanti a questi numeri, l’Ue teme di restare indietro e pensa di riscrivere le regole del commercio globale con un sistema multilaterale più moderno e sicuro. L’obiettivo? Evitare che le scelte unilaterali di Usa o Cina – sempre più in competizione tra loro – possano continuare a condizionare un’economia europea che già fatica a tenere il passo.
L’Europa e i nuovi accordi multilaterali
La notizia è che Ursula von der Leyen ha proposto un nuovo progetto di riforma, chiamato Wto 2.0. Ma di cosa si tratta davvero? È un piano per riscrivere le regole del commercio globale e costruire un sistema di scambi internazionali più moderno, creando accordi multilaterali con Paesi considerati più affidabili. Per farlo guarda al Cptpp, l’accordo transpacifico che riunisce 12 Paesi: Giappone, Canada, Australia, Messico, Regno Unito, Brunei, Cile, Malesia, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam.
Un mini-Wto senza Usa e Cina
Ma chi manca all’appello? I due giganti mondiali: gli Stati Uniti e la Cina. Gli Stati Uniti erano entrati nel TPP, l’Accordo Trans-Pacifico che puntava a creare una vasta area di libero scambio tra Paesi dell’Asia e delle Americhe, ma nel 2017, sotto la presidenza Trump, hanno deciso di ritirarsi. Dopo questa uscita, gli altri Paesi firmatari hanno creato il Cptpp, aggiornando l’accordo e mantenendo gran parte delle regole commerciali originarie, ma senza gli Stati Uniti. La Cina, invece, nel 2021 ha presentato la domanda per aderire al CPTPP, ma i membri non l’hanno ancora approvata.
L’idea di Bruxelles è chiara: costruire un blocco di Paesi che condividano regole comuni e non subiscano più le tensioni tra Usa e Cina. Un progetto ambizioso che punta a cambiare gli equilibri del commercio mondiale.
Un blocco commerciale da 1 miliardo di persone
Se mai questa iniziativa dell’Europa dovesse andare in porto metterebbe insieme 27 Paesi europei e 12 Paesi dell’area transpacifica, per un totale di 39 Stati. Questo nuovo blocco unirebbe circa 1 miliardo di persone e coprirebbe il 30% del commercio mondiale, raccogliendo quasi un terzo di tutti gli scambi di beni e servizi del pianeta sotto un unico insieme di regole comuni.
Un’unione di questa portata avrebbe effetti significativi anche sui mercati interni dei Paesi coinvolti. Negli Stati Uniti, il reddito medio pro capite è di 74.000 dollari, mentre nei Paesi del Cptpp è di 39.000 dollari a persona. Questi numeri evidenziano come il potere d’acquisto dei Paesi transpacifici sia ancora inferiore rispetto a quello statunitense, ma allo stesso tempo mostrano margini di crescita elevati che potrebbero rendere il nuovo blocco un’area di scambi sempre più centrale nell’economia globale.
Chi sono i partner più vicini all’Europa
L’Europa, però, vede grandi opportunità. Nel Cptpp ci sono 5 Paesi culturalmente vicini: Australia, Canada, Giappone, Singapore e Regno Unito. E ci sono anche 3 mercati emergenti – Messico, Perù e Vietnam – dove la domanda di prodotti di qualità europei è in crescita costante. Un’occasione per diversificare l’export in tempi di tensioni geopolitiche.
Inoltre il Regno Unito, da poco entrato nel Cptpp, punta a giocare un ruolo chiave: diventare il ponte tra Europa e Sud-Est asiatico, rafforzando Londra come cabina di regia di questi nuovi rapporti commerciali globali. Ovviamente non tutti guardano con favore a questo scenario: sicuri che Trump non si metta in qualche modo di traverso?
I dati si riferiscono al: 2024
Fonte: World Trade Statistical Review
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