Il tasso di occupazione è del 78,4%, il 38,8% è laureato. La metà ha più di 50 anni
Sono 20.189 i residenti nel nostro Paese uniti civilmente con persone dello stesso sesso. Questi i numeri dell’indagine di Istat e Unar (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali), che tracciano un ritratto di quanti hanno contratto unioni civili in Italia dal 2016, anno in cui è stata varata la legge che le ha istituite, a oggi.
Non sono moltissimi, ma rappresentano comunque un campione sufficiente per dare un’idea almeno parziale di chi sono oggi gli omosessuali italiani. Chi sono, perlomeno, quei gay, quelle lesbiche, quei bisessuali che hanno fatto coming out, che non si nascondono e che, anzi, hanno portato alla luce le proprie relazioni fino a formalizzarle di fronte allo Stato. Quanti anni hanno? Lavorano? Percepiscono ancora intorno a sé discriminazioni per le proprie preferenze sessuali?
Unioni civili in Italia, il 27,1% è autonomo
Partiamo dall’aspetto lavorativo. A essere occupati sono la grande maggioranza di questi, ben il 78,4%. Si tratta di una media tra le diverse condizioni di chi si dichiara gay, lesbica o bisessuale. I primi, gli omosessuali uomini, sono la netta maggioranza, 12.735, e nel loro caso il tasso occupazionale è sempre altissimo ma minore della media, del 76%. Ad alzarla ci pensano le lesbiche unite civilmente: tra di loro l’83,2% ha un lavoro. Ancora migliori sono i numeri delle poche (sono solo 847) donne che si dichiarano bisessuali anche se hanno contratto unioni civili con persone dello stesso sesso. Tra loro solo il 12,3% non è occupata. Tra i bisessuali maschi, invece, a lavorare sono molti meno, il 64,1%.
Come si vede nella nostra infografica gli occupati sono divisi tra lavoratori indipendenti, ovvero gli autonomi, quelli con un contratto a termine e quelli con un contratto a tempo indeterminato. I primi sono il 27,1% del totale degli omosessuali e dei bisessuali, mentre ad avere il posto fisso sono quasi la metà, il 49,6%. Solo il 7,6% ha un lavoro a tempo determinato
Il confronto con gli altri italiani
Come possiamo confrontare questi numeri con quelli degli altri, ovvero di coloro che non hanno contratto unioni civili in Italia? A una prima occhiata sembrerebbe che coloro che lo hanno fatto si trovino in una situazione lavorativa molto migliore di quella della grande maggioranza. Consideriamo che il tasso di occupazione di chi ha tra i 15 e i 64 anni in Italia è solo del 59,2%.
Il gap è enorme, e non passa inosservato. Tuttavia il vero confronto dovrebbe essere effettuato con un campione più omogeneo, ovvero per esempio con chi vive in coppia. Sappiamo che, nel nostro Paese, tra coloro che hanno i 18 e i 64 anni e si trovano in questa condizione ad avere un lavoro sono molti di più, il 69,5%.
Non solo, nel caso degli uomini questa percentuale sale all’84,3%. Quindi, anzi, possiamo affermare, guardando ai numeri dei gay maschi all’interno delle unioni civili in Italia, che questi in realtà sono in condizioni occupazionali peggiori della media.
A fare meglio sono, invece, le lesbiche, visto che le donne con un lavoro, tra quelle etero che stanno in coppia, sono nel nostro Paese solo il 55,9%, molto meno di quell’83,2% che è il tasso di occupazione delle omosessuali unite civilmente.

I gay uniti civilmente sono più anziani delle lesbiche
Come mai questi numeri? Possiamo, per esempio, affermare che tra le persone di sesso femminile a fare coming out e a contrarre unioni civili, in Italia, siano soprattutto quelle in condizioni economiche e lavorative migliori? Non è da escludere, tuttavia un peso notevole ce l’ha anche la demografia.
I dati Istat ci informano del fatto che ben il 50% dei gay uniti civilmente ha 50 anni o più, mentre tra le lesbiche tale percentuale scende al 30,5%. Il 49,8% di queste si trova, invece, nel segmento tra i 35 e i 49 anni, che è proprio quello in cui di solito l’occupazione è massima. Insomma, tra i gay è più probabile trovare persone in pensione, cosa molto più difficile tra le lesbiche.
Un altro parametro, oltre all’età, che incide molto sul tasso di occupazione è l’istruzione. Chi ha scelto di stringere unioni civili in Italia è più istruito della grande maggioranza che non l’ha fatto: i laureati sono ben il 38,8%. Mediamente nel nostro Paese, anche volendo considerare solo chi ha un lavoro e si trova tra i 25 e i 54 anni, non si va oltre il 25,4%.
Anche questo spiega gli alti tassi di occupazione delle lesbiche, e, probabilmente ne produrrebbe di altrettanto alti tra i gay se molti di questi non fossero, vista l’età media, già fuori dal mondo del lavoro.
Solo l’11,9% delle unioni civili in Italia è celebrato al Sud
Vi è ancora un altro aspetto che si incrocia con quello lavorativo, ed è la collocazione geografica di coloro che hanno contratto unioni civili. La maggioranza, il 61,2%, risiede al Nord, nonostante qui viva in realtà il 46,4% degli italiani. Al Centro, che ospita il 19,9% dei nostri connazionali, sta il 27%, mentre sono molto pochi nel Mezzogiorno. Nel Sud e nelle Isole, infatti, abita il 33,7% della popolazione, ma sono stati celebrati solo l’11,9% delle unioni civili di tutta Italia.
Anche questo parametro, il fatto, cioè, che siano presenti soprattutto dove vi è più lavoro, spiega l’elevato tasso di occupazione degli omosessuali, in particolare delle lesbiche.
Al Nord gli occupati sono di più
Non vuol dire, comunque, che nelle regioni settentrionali e centrali vi siano, in proporzione agli abitanti, molti più gay e lesbiche. Certo, ha importanza l’emigrazione interna, con molti di loro che si sono spostati versi città più “gay-friendly” come Milano o Bologna, ma è anche innegabile che proprio al Centro-Nord vi sia un clima sociale che favorisce maggiormente il coming out e le relazioni affettive omosessuali. Qui, insomma, sembrano essere di più perché tendono a nascondersi meno.
Il 26% di chi è in un’unione civile si è sentito svantaggiato
Del resto che l’accettazione delle diverse preferenze sessuali non sia ancora un dato di fatto lo certifica anche l’indagine Istat-Unar. Secondo questa il 26% degli omosessuali impegnati in un’unione civile afferma di essersi sentito in svantaggio nella propria vita lavorativa a causa della propria condizione.
Forse è anche per questo che i numeri di tali unioni sono ancora così piccoli, anche a confronto di quelli esteri. Sono, però, destinati a crescere, se, come altrove, le discriminazioni saranno sempre meno frequenti.
I dati si riferiscono al 2020 e 2021
Fonte: Istat, Unar
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