Lo 0,57% della spesa pubblica, ma a favore delle donne si spendono 152 miliardi
La spesa pubblica italiana non ha tra gli scopi primari l’aumento il contrasto alla disuguaglianza di genere. Basta guardare i numeri: a questo scopo sono dedicate solo le briciole del bilancio dello Stato, secondo l’ultimo report della Ragioneria Generale sul Rendiconto finanziario, ovvero 5 miliardi e 411 milioni di euro.
Quanti soldi per contrastare la disuguaglianza di genere
La cifra aumenta di poco, a 6 miliardi e 452 milioni, se si considera lo stanziamento di cassa, ovvero quanto effettivamente speso, che include a volte ciò che non è stato erogato del budget dell’anno prima. Sono però tecnicismi, si tratta sempre di appena lo 0,57% delle uscite complessive che ammontano a poco meno di mille miliardi di euro.
Sono dati del 2021, che non appaiono molto diversi da quelli del 2020, quando al contrasto alla disuguaglianza di genere sono stati destinati 5 miliardi e 469 milioni, ovvero 58 milioni in più che, percentualmente, rappresentavano lo 0,56% della spesa totale, ovvero leggermente meno dell’anno dopo. Il motivo è che nell’anno più duro della pandemia il bilancio pubblico complessivo era stato eccezionalmente ampio.
Ma di quali linee di spesa parliamo? Secondo il Ministero dell’Economia sono quelle che mirano in modo esplicito alla parità di trattamento tra uomini e donne, per esempio nell’ambito della conciliazione vita-lavoro o alla promozione della cultura e della formazione di genere. Inclusi sono anche tutti quegli acquisti di beni e servizi sul mercato in cui nel bando di gara si fa riferimento al tema dell’uguaglianza. È escluso da questi calcoli quanto versato per il personale della Pubblica Amministrazione.
Definite “sensibili” all’uguaglianza di genere sono 152 miliardi
La Ragioneria dello Stato, però, categorizza anche un’altra tipologia di uscita del Bilancio dello Stato, è quella che, anche se non è diretta in modo esplicito alla diminuzione della disuguaglianza di genere, di fatto la riduce negli effetti che produce. Si tratta spesso di ricadute collaterali positive indirette, ad esempio nell’ambito dell’occupazione femminile.
Le spese di questo tipo vengono definite “sensibili al genere” e nel 2021 sono ammontante a ben 152 miliardi e 5 milioni di euro, quasi 20 miliardi in più che nel 2020. Si tratta del 15,95%, il che vuol dire che la quota del Bilancio totalmente indifferente a questi temi scende all’83,49%. È pur sempre la grande maggioranza, però.
Il ruolo del ministero del Lavoro
A livello di ministero è certamente quello del Lavoro quello che ha impegnato più risorse a favore dell’uguaglianza di genere, 3 miliardi e 642 milioni, più di metà di quelli destinati in modo esplicito e diretto al contrasto della disuguaglianza di genere. Si tratta di interventi in gran parte veicolati tramite l’Inps, che è di fatto lo strumento principale di erogazione di servizi di welfare in Italia. Vi è, per esempio, il Bonus bebè per ogni nato e poi l’assegno universale, introdotto con una legge delega proprio nell’aprile del 2021.
Dello stesso filone fanno parte il rinnovo e la trasformazione in misura strutturale del congedo obbligatorio di paternità di 10 giorni, e gli stanziamenti per il sostegno ai caregiver familiari, che si occupano di parenti disabili e non autosufficienti. Come si sa si tratta in gran parte dei casi di donne.
La spesa per gli asili nido serve per abbattere la disuguaglianza di genere
Un altro capitolo molto importante in questo ambito è quello della spesa per gli asili nido, visto che la loro diffusione indubbiamente aumenta l’uguaglianza di genere consentendo alle madri di lavorare. Nel 2021, tra l’altro, tali fondi sono stati aumentati, il governo ha deciso un incremento di 100 milioni per il 2022. Ha anche accresciuto di mille unità il numero dei docenti nella scuola dell’infanzia, rendendo più possibile, quindi, la loro diffusione nelle aree in cui ancora mancavano o in cui erano aperti solo per poche ore.
Da Opzione donna agli psicologi per i molestatori
L’elenco delle grandi e piccole misure a favore dell’uguaglianza di genere non è breve, anche perché spesso si tratta di provvedimenti finanziariamente piuttosto piccoli. C’è, per esempio, il fondo di 3 milioni di euro a sostegno degli investimenti di Venture Capital in progetti di imprenditoria femminile, e poi altri 2 milioni per garantire la presenza nelle carceri di psicologi che aiutino gli uomini colpevoli di atti di violenza sulle donne. Questi ultimi interventi sono competenza del Ministero dell’Economia e della Giustizia, che tuttavia in generale al tema della parità dedicano pochissime risorse.
Parte della spesa del Ministero del Lavoro e delle politiche sociali, invece sono misure importanti come Opzione Donna. Sono state 17.900 le lavoratrici che hanno smesso di lavorare grazie a essa nel 2021, di cui 14.800 dipendenti private. Sempre in ambito pensionistico sono da calcolare come misure per l’uguaglianza di genere anche le agevolazioni alle madri che abbiano la caratteristiche per accedere all’Ape social, ovvero siano over 63 disoccupate o occupate in lavori gravosi: per ogni figlio diminuisce di uno il numero degli anni di contributi necessari.
Gli interventi internazionali contro la disuguaglianza di genere
Nel complesso, tuttavia, tutti questi provvedimenti arrivano a circa 4 miliardi. Per giungere alla cifra finale di circa 5,4 miliardi dobbiamo includere anche la partecipazione finanziaria italiana a politiche di bilancio europee e internazionali. Secondo il Rendiconto del Ministero dell’Economia l’esecutivo ha destinato 278,5 milioni a progetti di cooperazione e di sviluppo che avevano tra gli obiettivi anche il contrasto alla disuguaglianza di genere. Altri 282 milioni sono andati al capitolo di spesa dedicato alle politiche economiche in ambito internazionale. Tra questi si trovano anche i contributi a banche, fondi, e organismi internazionali che pure di parità tra i sessi si occupano, come Banca Mondiale e Nazioni Unite.
Di più, 839 milioni, rappresentano invece la partecipazione del nostro Paese al bilancio UE, perlomeno a quella parte che di parità di opportunità si occupa, quindi per esempio la Politica di Coesione. Considerando che il contributo annuo italiano è stato complessivamente di 18,1 miliardi nel 2021, vuol dire che all’interno del budget europeo mediamente viene dedicato più spazio che in quello nazionale all’uguaglianza di genere, il 4,6% contro lo 0,57%
I dati si riferiscono al 2021
Fonte: Ministero dell’Economia e delle Finanze, Ragioneria dello Stato
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