Attivo ormai da alcuni mesi, il Piano Transizione 5.0 rappresenta un’opportunità cruciale per stimolare la trasformazione digitale e l’evoluzione ecologica delle imprese. Con un plafond finanziario di 6,23 miliardi di euro, l’iniziativa ambisce a promuovere investimenti innovativi che coniughino avanzamento tecnologico ed efficienza energetica. Eppure, malgrado l’ingente dotazione stanziata, l’effettivo utilizzo di tali incentivi si scontra con una serie di impedimenti procedurali e operativi che ne stanno sensibilmente rallentando l’attuazione.
Numeri deludenti: solo l’1,6% dei fondi prenotati
Le aziende interessate a sfruttare le agevolazioni del Piano Transizione 5.0 si ritrovano a navigare in un dedalo di calcoli complessi, iter burocratici farraginosi e requisiti stringenti. Fattori che trasformano un’occasione di sviluppo in una sfida ardua da affrontare. Questo scenario rischia di compromettere l’efficacia del piano, frenando gli investimenti e ostacolando il conseguimento degli ambiziosi obiettivi di transizione ecologica e digitale del Paese.
La sparuta percentuale di fondi prenotati nei primi tre mesi dall’avvio del programma fotografa limpidamente le difficoltà incontrate dalle imprese. E impone una riflessione sulle criticità da risolvere per sbloccare il potenziale della Transizione 5.0.
Le cifre dipingono infatti un quadro sconsolante riguardo all’efficacia del Piano Transizione 5.0. A tre mesi dall’attivazione, le prenotazioni di credito d’imposta ammontano a soli 99 milioni di euro, una somma irrisoria se paragonata ai 6,23 miliardi stanziati. In termini percentuali, significa che appena l’1,6% delle risorse disponibili è stato richiesto dalle aziende.

Un dato che stride con l’entusiasmo iniziale mostrato da imprese e istituzioni, e che evidenzia una profonda discrasia tra le aspettative e la realtà. Del resto, l’adesione al piano ha finora riguardato soltanto 324 imprese, un numero esiguo se si considera l’ampia platea di potenziali beneficiari. Questo esito, distante dalle previsioni, solleva seri interrogativi sull’accessibilità e l’applicabilità concreta delle misure previste, suggerendo l’urgenza di un intervento correttivo per rimuovere le barriere che ostacolano l’utilizzo dei fondi.
L’esiguità delle richieste, inoltre, alimenta un circolo vizioso: la scarsa fiducia delle aziende si traduce in minori investimenti, con il rischio concreto di vanificare gli obiettivi di sviluppo sostenibile e innovazione tecnologica perseguiti dal piano.
Calcoli complessi, incertezza normativa e certificazioni: un percorso a ostacoli per le imprese
Uno degli scogli principali che le aziende devono fronteggiare per accedere ai fondi per la Transizione 5.0 riguarda la intricata procedura di valutazione energetica. Il meccanismo prevede una doppia certificazione, ex ante ed ex post, per misurare il risparmio energetico derivante dagli investimenti.
Un ulteriore ostacolo che frena l’adesione al Piano Transizione 5.0 è l’obbligo, imposto dalla normativa, di utilizzare pannelli fotovoltaici prodotti in Europa per poter accedere ai benefici. Questa prescrizione, introdotta con l’intento di favorire la filiera produttiva europea, si scontra con una realtà di mercato ben diversa. Si registra infatti una scarsa disponibilità di pannelli “made in Europe” ad alte prestazioni, il che rende di fatto inapplicabile la norma.
In altri casi, i pannelli europei sono reperibili ma a prezzi nettamente superiori rispetto a quelli importati dall’Asia, vanificando l’incentivo economico. Questa situazione crea una disparità competitiva e penalizza le imprese che desiderano investire in energie rinnovabili, rallentando il processo di transizione ecologica.
A complicare ulteriormente il quadro, si aggiunge l’incertezza generata dalle continue modifiche normative in corso. Il governo sta infatti valutando una serie di correttivi per innalzare le aliquote di credito d’imposta, prorogare i termini per la consegna dei beni e rendere cumulabili gli incentivi con altre agevolazioni. Sebbene queste modifiche siano potenzialmente positive, l’annuncio di interventi imminenti genera un clima di incertezza tra le imprese, che preferiscono rimandare gli investimenti in attesa di un quadro normativo più stabile e definito.
Transizione 5.0 e sostenibilità: fanalino di coda tra gli incentivi alle imprese?
Quando si affronta il tema del Piano Transizione 5.0 è doveroso interrogarsi anche sul valore che le imprese attribuiscono agli investimenti incentivati. Un’analisi chiara arriva da Golden Group, società specializzata in finanza agevolata, che ha recentemente tracciato i trend 2024 in fatto di incentivi alle imprese, identificando le misure più richieste dalle imprese italiane.
I dati, estrapolati da un database costantemente aggiornato e che contiene oltre 2500 bandi e misure tra nazionali, regionali e camerali, rivelano come le misure per la sostenibilità (intesa sia come transizione green che transizione energetica) non siano prioritarie agli occhi delle imprese.
Se infatti i contributi per la Transizione 5.0 hanno registrato una performance deludente, a riscuotere particolare successo sono misure come la Nuova Sabatini, che si conferma un pilastro per gli investimenti in beni strumentali. Secondo i dati di Golden Group (aggiornati al 30 settembre 2024) questa rappresenta il 20% delle richieste di contributi presentate dalle imprese.
Anche il credito d’imposta ZES Unica ha interessato molte imprese italiane, che corrisponde a oltre il 50% delle richieste di incentivi. Tendenza positiva anche per incentivi alle assunzioni, soprattutto grazie a misure come la decontribuzione Sud, gli esoneri contributivi per giovani e donne svantaggiate, e la nuova super-deduzione per le assunzioni a tempo indeterminato.
Scarsa invece l’attenzione riservata alle misure per la sostenibilità, che valgono appena lo 0,9% delle richieste totali. Questo dato, confrontato con il numero esiguo di richieste per la Transizione 5.0, evidenzia come le imprese italiane, pur consapevoli dell’importanza della transizione ecologica, privilegino ancora investimenti più tradizionali, sostenuti da incentivi consolidati e accessibili.
La complessità delle procedure e l’incertezza normativa che caratterizzano la Transizione 5.0 contribuiscono probabilmente a questo scarso interesse. Ma per il momento i dati parlano chiaro: la Transizione 5.0 sta fallendo nel raggiungere gli obiettivi prefissati e le imprese non sembrano pronte a investire in maniera massiccia su nuovi modelli di business.


