Crisi delle librerie: prima di Hoepli hanno chiuso in 184

Mappa dei 3.717 negozi che resistono: primato al Sud, Lombardia prima al 12,4%

In Italia sono attive 3.717 librerie, ma l’intero comparto mostra segnali di instabilità. Il caso più recente riguarda la storica Hoepli di Milano: dopo 156 anni di attività, l’assemblea dei soci ha deliberato lo scioglimento volontario e la messa in liquidazione della società. Secondo il comunicato ufficiale della proprietà, sulla decisione pesano i bilanci in perdita, le incertezze del mercato e un profondo disaccordo interno tra i soci della famiglia.

Fondata nel 1870, la realtà milanese è diventata un pilastro culturale grazie ai suoi celebri Manuali, testi fondamentali per lo sviluppo tecnico e scientifico del Paese. Tuttavia, la crisi della sede storica evidenzia la difficoltà di sostenere i costi di gestione di grandi spazi fisici. Sebbene i negozi tradizionali restino il principale canale di vendita, devono oggi confrontarsi con nuove abitudini d’acquisto che mettono a rischio la sostenibilità economica dei modelli classici.

Crisi delle librerie: quante hanno chiuse dal 2012

L’universo del libro in Italia poggia su una rete che, per quanto solida e capillare, appare sempre più sottile. Secondo i dati dell’Osservatorio sulle librerie in Italia di ALI – Confcommercio, nel vasto oceano del commercio al dettaglio italiano (che conta oltre 538.000 attività) le librerie rappresentano una nicchia preziosa ma numericamente contenuta: sono 3.717 i punti vendita attualmente attivi sul territorio nazionale. Sebbene il libro resti un bene essenziale, il confronto con il recente passato rivela una ferita aperta: nel 2012 le librerie erano 3.901, il che significa che in soli undici anni l’Italia ha perso 184 librerie (–4,7%). O come a qualcuno piace dire: 184 presidi culturali.

Il caso Hoepli dimostra che nessuno è immune: quando anche una “corazzata” della cultura deve cedere metri quadri in una delle città più dinamiche d’Europa, emerge chiaramente come la sfida non sia più solo vendere libri, ma riuscire a mantenere aperti i luoghi fisici dove questi abitano. Questa erosione di 184 librerie in un decennio non è solo una statistica economica, ma il racconto di un territorio che, pezzo dopo pezzo, rischia di perdere i suoi principali centri di aggregazione e confronto.

Quanti lavorano nelle librerie oggi?

In questo scenario di trasformazione, le librerie non sono solo “templi” della cultura, ma aziende vive che sostengono il reddito di 11.785 addetti. Si tratta di un comparto che, nonostante l’erosione dei punti vendita fisici citata nel caso Hoepli, continua a rappresentare un pilastro dell’indotto professionale italiano. Guardando ai dati reali della gestione economica, emerge una chiara specializzazione: l’attività si regge per il 90% sulla vendita di libri nuovi, una quota schiacciante che relega il mercato dell’usato e del modernariato a una nicchia del 10%. Questa netta prevalenza del nuovo indica quanto il settore sia legato alle novità editoriali e quanto sia vitale, per la sopravvivenza di questi 11.785 lavoratori, un flusso costante di lettori che scelgano la libreria fisica come canale d’acquisto privilegiato.

Chi gestisce le librerie indipendenti in Italia?

Dietro le vetrine delle nostre città si nasconde un modello imprenditoriale fondato quasi esclusivamente sul coraggio individuale. L’identikit della libreria italiana rivela infatti un settore caratterizzato da una dimensione “micro”, dove la gestione poggia sulle spalle di singoli professionisti: quasi il 60% delle imprese (il 59,1% per l’esattezza) è costituito come ditta individuale, una forma giuridica che testimonia il legame indissolubile tra la vita del libraio e la sua attività.

Questa fisionomia di “resistenza solitaria” trova riscontro immediato nei numeri sul personale. La libreria “tipo” in Italia è, a tutti gli effetti, una micro-realtà: nel 50,4% dei casi è gestita da un solo addetto, che ricopre contemporaneamente il ruolo di curatore, amministratore e consulente letterario. Se si allarga lo sguardo, il 44,4% dei punti vendita si affida a un nucleo piccolissimo, che non supera le cinque unità. Sono proprio questi piccoli presidi, dove il fattore umano conta più della scala industriale, a garantire la sopravvivenza della cultura di prossimità in Italia.

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Dove si trovano più librerie in Italia?

La geografia del libro in Italia riserva una sorpresa che ribalta i luoghi comuni: il cuore pulsante della rete fisica batte con inaspettata intensità nel Mezzogiorno. Il Sud e le Isole detengono infatti il primato nazionale per numero di punti vendita, ospitando il 33,4% delle 3.717 librerie totali (pari a circa 1.241 attività). Questo dato non solo scardina l’immagine di un Meridione “deserto culturale”, ma lo consacra come l’area con la più alta concentrazione di presidi fisici del Paese.

Il confronto con le altre macro-aree evidenzia un equilibrio dinamico ma meno denso: il Nord-Ovest raccoglie il 24,4% delle attività (907), seguito a brevissima distanza dal Centro con il 23,9% (888). A chiudere la classifica è il Nord-Est, che si ferma al 18,3% (680). Questa mappatura ci restituisce l’immagine di un’Italia dove la capillarità delle librerie indipendenti non rincorre necessariamente i poli della ricchezza industriale, ma fiorisce con una vitalità autonoma, trasformando il Sud nel custode principale della rete di vendita tradizionale.

Qual è la regione con più librerie?

Scendendo nel dettaglio delle singole regioni, la mappa italiana si colora di sfumature diverse, dove la Lombardia si conferma il “motore” del settore con ben 461 librerie (il 12,4% del totale nazionale). Il podio della varietà è completato da un duello tra centro e sud: il Lazio segue a stretto giro con 435 presidi (11,7%), mentre la Campania consolida la sua vivacità culturale con 342 punti vendita (9,2%).

Sotto la soglia del 10%, la rete resta comunque fitta e strutturata in regioni come il Veneto (305 librerie, 8,2%), l’Emilia-Romagna e la Toscana (entrambe a quota 282, 7,6%), e la Puglia, che con le sue 271 attività (7,3%) traina la lettura nel Mezzogiorno. Una capillarità simile si riscontra in Piemonte (268, 7,2%) e in Sicilia (264, 7,1%), territori dove la libreria fisica resiste come punto di riferimento essenziale. Proseguendo lungo la penisola, incontriamo realtà intermedie ma vitali come la Sardegna (123, 3,3%), la Calabria (115, 3,1%) e la Liguria (112, 3,0%), seguite dalle Marche che raggiungono quota 100 (2,7%) e dall’Abruzzo con 85 punti vendita (2,3%).

Infine, lo sguardo si posa sui territori dove ogni vetrina accesa è un atto di resistenza culturale. In queste regioni, il numero di librerie si riduce ma il loro valore sociale cresce: dal Friuli-Venezia Giulia (82, 2,2%) all’Umbria (63, 1,7%), passando per il Trentino-Alto Adige (52, 1,4%) e la Basilicata (37, 1,0%). La mappa si chiude con i piccoli grandi presidi del Molise (22, 0,6%) e della Valle d’Aosta (11, 0,3%), dove l’attività del libraio assume i contorni di una vera missione territoriale.

Le librerie fisiche rendono più dell’online oggi?

L’economia del libro in Italia non è un’entità astratta fatta di bit e algoritmi, ma una realtà che vive di contatto fisico e relazioni umane. Il punto vendita tradizionale si conferma come il vero motore finanziario del comparto: ben il 78% del fatturato medio complessivo nasce tra gli scaffali, attraverso il consiglio diretto e l’acquisto immediato in negozio. Questo dato ribadisce che per la stragrande maggioranza delle 3.717 attività censite, il luogo fisico resta il pilastro insostituibile della sostenibilità economica.

Sebbene la digitalizzazione sia ormai un processo consolidato, l’e-commerce gioca ancora un ruolo complementare, pesando per il 14,6% sulle entrate totali. Ma la vera forza della libreria moderna risiede nella sua capacità di uscire dai propri confini: il 6,8% del fatturato è infatti generato “fuori dalle mura”, attraverso la partecipazione a fiere ed eventi. Questa attività di animazione culturale permette ai librai di intercettare nuovi lettori e consolidare quel legame con il territorio che trasforma una semplice attività commerciale in un presidio sociale indispensabile. È proprio questa combinazione tra vendita tradizionale e attivismo culturale a garantire al settore la stabilità necessaria per guardare al futuro.

Quanto sono solide le librerie italiane oggi?

Oltre alla predominanza delle imprese individuali, l’architettura imprenditoriale delle librerie italiane rivela una struttura più articolata e solida di quanto si possa immaginare. Un quarto del mercato ha scelto infatti modelli organizzativi più strutturati: le società di capitali rappresentano il 24,2% del totale (pari a 900 librerie), segnale di una spinta verso la managerialità, seguite dalle società di persone che pesano per il 15,5% (576 punti vendita).

Questa diversificazione societaria, pur nella sua frammentazione, conferisce al comparto una resilienza fuori dal comune. La stabilità del sistema non poggia su grandi colossi industriali centralizzati, ma sulla capacità di queste diverse forme giuridiche di adattarsi con flessibilità ai mutamenti del mercato e alle esigenze del territorio. È proprio questa capillarità di piccole e medie realtà strutturate a fungere da “ammortizzatore” durante le crisi, garantendo che la rete fisica del libro resti viva e reattiva in ogni angolo d’Italia.

Fonte: ALI – Associazione Librai Italiani (Confcommercio)
Anno di riferimento: 2023
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