Le aziende in generale crescono, ma sono in calo del 5% dove l’emigrazione è più alta
L’emigrazione dei cervelli italiani verso l’estero impoverisce il territorio e frena la nascita di nuove aziende. E’ il danno economico della fuga dei talenti: il numero delle imprese, quando cresce dell’1% il tasso di emigrazione, cala del 5%. A dirlo è uno studio della Banca d’Italia sulla base di analisi svolte con dati che vanno dal 2008 al 2015. Qual è la conclusione? L’Italia non solo si ritrova senza i talenti che ha formato, spesso grazie all’istruzione pubblica, ma deve fare i conti anche con fenomeni di lunga durata causati proprio dalla fuga dei cervelli.
Emigrazione italiana
La Banca d’Italia ha analizzato 686 mercati del lavoro locali, vale a dire gruppi di comuni omogenei per caratteristiche economiche e occupazionali e messi a confronto, per esaminare cosa accade mediamente quando uno presenta per esempio un tasso di emigrazione dell’1% superiore a un altro. Come si vede anche dal grafico qui sopra, dove sono descritti gli effetti negativi sul tessuto economico di un territorio dell’aumento dell’1% del tasso di emigrazione, quando aumenta il numero dei cervelli in fuga, il numero di aziende cala del 5,3%. E la diminuzione di quelle che nascono è superiore di quella delle aziende che muoiono, ovvero -8,8% contro -3,5%.
Nel complesso nel periodo, comunque, le aziende sono aumentate del 0,5%, ma evidentemente le cose cambiano molto se invece di guardare ai cambiamenti tra inizio e fine periodo si punta l’attenzione su quelle aree con il tasso di emigrazione più alto. Calano, sempre in corrispondenza a un 1% in più di emigrazione, anche le aziende con un imprenditore con meno di 45 anni, dell’1,8%, risultato della diminuzione del 6,1% delle nascite di questo tipo di imprese e del calo del 4,3% dei fallimenti.
Cervelli in fuga
Calano anche le startup. Dove ci sono più emigranti scendono del 4,9%, nonostante nel complesso sia cresciute invece del 5,2%. In particolare poi con più emigrazione scendono dell’1,3% le aziende ad alto valore aggiunto, e del 7,4% quelle a valore aggiunto più basso. Sembra che per le aziende più avanzate le cose vadano meno peggio, ma non è così: si deve considerare che le imprese a maggiore valore aggiunto già erano meno all’inizio, solo l’8,5% del totale, e nel complesso tra 2008 e 2015 sono già aumentate molto meno, solo dell’1,3%, mentre quelle a basso valore aggiunto del 33%.
Sempre passando da un’area con un certo tasso d’emigrazione a uno con uno dell’1% superiore si registra un calo dell’8.9% sia del numero di dipendenti che della dimensione media delle aziende. E soprattutto c’è un calo maggiore dei dipendenti cosiddetti “colletti bianchi”, impiegati, quadri, ecc, che dei “colletti blu”, ovvero gli operai e affini. I primi diminuiscono laddove c’è più emigrazione dell’11%, i secondi del 3,2%. Tra l’altro in un contesto complessivo in cui i colletti blu sono diminuiti di più, dell’11,7%. Quindi l’aumento degli emigranti provoca una crescita della proporzione di lavoratori a minor valore aggiunti, ovvero quelli pagati meno. E questo si vede anche nell’enorme diminuzione dei manager in corrispondenza di un 1% di tasso d’emigrazione, che scendono di ben il 318,7%.
Fuga di cervelli? Restano gli anziani
Secondo gli studiosi della Banca d’Italia questo fenomeno dipende per il 60% da una diversa composizione demografica delle aree più colpite dall’emigrazione. In altra parole: crescono gli anziani mentre i giovani se ne vanno e, quindi, non restano a fondare nuove imprese come altrove. C’è da considerare anche che spesso chi rimane è meno istruito e specializzato di chi se ne va e questo spiegherebbe il calo dei lavoratori ad alto valore aggiunto. Non solo: le aree che si stanno spopolando di più hanno una minore domanda di servizi di tutte le altre.
I dati si riferiscono al: 2015
Fonte: Banca d’Italia
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