Perché, se non aumentano le persone che lavorano, la previdenza statale rischia grosso
Il grafico mostra il buco nei conti dell’Inps dal 2010 al 2016, questi ultimi solo previsti, naturalmente. Come si vede dal 2012 ad oggi il disavanzo dell’ente che distribuisce le pensioni pubbliche non è mai stato inferiore ai 9 miliardi l’anno, anche dopo il trasferimento di ingenti risorse da parte dello Stato. Risorse che, secondo la Corte dei Conti dovranno essere superiori, negli anni a venire. Vediamo perché.
Gli effetti degli sgravi sulle pensioni pubbliche
Dall’inizio del 2015 il governo Renzi ha approvato due norme fondamentali per il mercato del lavoro. La prima è quella che ha garantito, per tutte le assunzioni a tempo indeterminato effettuate nel 2015, tre anni di sgravi contributivi (cioè taglio della quota di retribuzione lorda destinata all’Inps) che potevano arrivare fino addirittura a 8mila euro l’anno (sgravi che diminuiscono per le assunzioni fatte quest’anno). L’altra norma è il Job Act che permette alle imprese di licenziare il dipendente, seppure assunto con contratto a tempo indeterminato, molto più facilmente.

Il combinato disposto di queste due norme ha fatto sì che i contratti di collaborazione si siano trasformati in contratti a tempo indeterminato così da permettere all’impresa di risparmiare sui contributi da versare. Il problema, evidenziato dalla Corte dei Conti, è che non c’è stato un significativo incremento del numero di persone che lavorano, ma principalmente c’è stata, appunto, la trasformazione di contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato e questo significa che a parità di persone al lavoro, si è verificato un crollo dei contributi destinati alle pensioni pubbliche. E questo significa anche che il buco previsto dall’Inps per il 2016, pari a 11,2 miliardi di euro, potrebbe o essere molto più ampio e dovrà essere riempito da un aumento dei trasferimenti statali utilizzando gli introiti provenienti dalla fiscalità generale.
Il problema dei lavoratori precoci
E le ultime notizie sulle pensioni, cioè ad esempio, l’ipotesi di tagliare le pensioni di reversibilità, nascono proprio da questo problema. Ma nonostante sia chiaro che la coperta è corta, anzi, cortissima, sono tornate a spuntare richieste di una maggiore rilassatezza nei conti pensionistici. E’ il caso dei cosiddetti “precoci”: lavoratori e lavoratrici che, prima di aver compiuto 19 anni, possono dimostrare 52 settimane (cioè un anno) di versamenti obbligatori. Per questa categoria di persone il presidente dell’Inps Tito Boeri ha proposto di fissare una quota di anzianità contributiva pari a 42 anni per le donne e 43 per gli uomini. I sindacati non sono d’accordo e, con Cesare Damiano, ex ministro del Lavoro, chiedono che la quota sia abbassata a 41 anni per tutti senza requisiti riguardanti d’età. Oltre a questo chiedono che sia confermata l’opzione donna che consiste nel prepensionamento delle donne di 57,3 anni se dipendenti pubblici o dipendenti privati, e 58,3 se autonome, con 35 anni di contributi. In questo caso la pensione verrebbe calcolata con il metodo contributivo. Anche in questo caso l’ex ministro Damiano di trova d’accordo e, in più vorrebbe anche il ripristino della cosiddetta “quota 100”, che è sostanzialmente il ritorno delle pensioni di anzianità (si somma la l’età anagrafica con quella contributiva) abolite dalla riforma Fornero del 2011 che ha, però, creato il problema degli esodati.
Inpdap e Enpals hanno fatto esplodere il deficit
Richieste difficili da accogliere, se si guardano i numeri. I conti dell’Inps, infatti, sono disastrosi soprattutto dopo l’incorporazione di Inpdap (pubblico impiego) e Enpals (spettacolo) che, come mostra il grafico, hanno fatto esplodere il buco dal 2012 in poi. Il tutto si inquadra in un momento (che in realtà dura da decenni) di crescita economica vicino allo zero durante il quale il numero dei contribuenti che versano all’Inps non cresce e gli sgravi sono aumentati. E’ il connubio tra questi tre fattori che ha mandato in tilt il sistema delle pensioni pubbliche. A questo bisogna aggiungere un altro fattore di rischio: la fine degli sgravi contributivi a valere sulle assunzioni effettuate nel 2015, è prevista per il 2017. Se nel frattempo l’economia non si sarà ripresa e quei contratti non saranno confermati, si verificherà un’ondata di licenziamenti e questo appesantirà ancora di più i conti dell’Istituto chiamato a versare nuovi assegni per il sostegno al reddito.
L’andamento delle pensioni pubbliche
Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha spiegato che l’erogazione delle pensioni non è a rischio perché esse sono “garantite dalla legge”, ma per rispettare la legge bisognerà trovare una soluzione come, appunto, aumentare i trasferimenti statali all’istituto di previdenza sociale che sono stati pari a 100 miliardi nel 2013 e 98 nel 2014.
I dati si riferiscono al: 2010-2016
Fonte: Inps
Leggi anche: In due al lavoro per ogni pensionato
Dove rendono di più le pensioni private
Ti piace citare i numeri veri quando parli con gli amici? – La redazione di Truenumbers.it ha aperto un canale Telegram: qui potrai ricevere la tua dose quotidiana di numeri veri e le ultime notizie; restare aggiornato sulle principali news (con dati rigorosamente ufficiali) e fare domande. Basta un attimo per iscriversi. Un’ultima cosa: siamo anche su Instagram.
