Sempre più italiani vivono nelle Rsa: ora sono 385.871

Ospiti in aumento del 6% nelle 12.987 strutture. Il 13% del personale è straniero

E ora chi si occupa del nonno? No, non è una domanda cinica, è un problema reale. Quando il lavoro, la distanza o la salute non permettono più di assistere un anziano in casa, la risposta passa spesso da una Rsa, una residenza sanitaria assistenziale. Quella che un tempo era genericamente chiamata ospizio o casa di riposo. Stando ai dati dell’Istat, in Italia, al 1° gennaio 2024, risultano attive 12.987 Rsa, con 425.780 posti letto complessivi. Sono invece 7,2 posti letto ogni 1.000 residenti, dato cresciuto del 4,4% rispetto a quello di dodici mesi prima. L’Italia è un paese che ha sempre meno giovani e sempre più anziani. E sono sempre più quelli che entrano in un Rsa: nel 2024  gli ospiti di una residenza sanitaria sono stati 385.871, il 6% in più rispetto al 1° gennaio 2023.

Rsa, la mappa dei posti letto

Guardando a come i posti letto delle Rsa sono distribuiti lungo la nostra penisola, l’Italia si mostra ancora una volta per quello che è: un Paese diviso in due parti. La disponibilità di strutture e di posti letto cambia infatti radicalmente sendendo da Nord a Sud. I più virtuosi sono senz’altro le aree del Nord-Est dove si contano 10,5 posti letto ogni 1.000 residenti. Nel Centro il rapporto scende a 6 posti letto ogni 1.000 abitanti. Nel Sud, invece, l’offerta si ferma ad appena 2,4 posti letto ogni 1.000 residenti. È vero che qui pesa forse anche un fattore culturale: la cura domestica degli anziani è più diffusa rispetto al Nord e la famiglia continua a svolgere un ruolo centrale.

Percentuale posti letto e tipologie di utenza

Come si vede dal grafico ci sono differenze territoriali nella distribuzione percentuale dei posti letto delle strutture residenziali per tipologia di utenza. Nel Nord-Est il 75% dei posti letto è destinato ad anziani non autosufficienti, una quota che resta molto elevata anche nel Nord-Ovest (72%), mentre scende nel Sud (41,3%) e soprattutto nelle Isole (31,6%). Al contrario, nel Mezzogiorno aumenta la quota di posti letto per anziani autosufficienti, che raggiunge il 23% nel Sud e il 22,7% nelle Isole, contro una media nazionale dell’11,8%. Più rilevante nel Sud e nelle Isole è anche la quota di posti letto dedicati a patologie psichiatriche, pari rispettivamente all’8,1% e al 10,9%, mentre i posti letto per disabilità mostrano valori più omogenei, compresi tra il 6,8% e il 9,5%.

Rsa, cosa dice il tasso di ricovero

Se i posti letto raccontano quanto il sistema sia attrezzato, il tasso di ricovero mostra quante persone riescono davvero ad accedere a una Rsa. Anche su questo fronte le differenze territoriali sono nette. Nel Nord-Est, il tasso di ricovero degli anziani di 65 anni e più arriva a 31 ospiti ogni 1.000 residenti, con valori ancora più elevati nelle Province autonome di Trento e Bolzano, dove si raggiungono rispettivamente 40 e 39 ricoveri ogni 1.000 anziani. All’estremo opposto si colloca la Campania, che registra il valore più basso d’Italia: 4 ospiti ogni 1.000 over 65. In mezzo si posiziona la media nazionale, pari a 20 ricoveri ogni 1.000 anziani.

case di riposo

RSA, strutture piccole e grandi a confronto

Le differenze tra territori non riguardano solo quante strutture ci sono, ma anche come sono fatte. Nel Nord-Est si osserva una forte presenza di Rsa e residenze per anziani di piccole dimensioni: il 30% delle strutture non supera i sei posti letto, una quota doppia rispetto alla media nazionale, che si ferma al 15%. Il Nord-Ovest presenta invece un assetto diverso, caratterizzato da una maggiore diffusione di strutture medio-grandi: il 18% offre tra 46 e 80 posti letto, mentre il 16,5% supera gli 80 posti. A Sud e nelle Isole emerge una terza configurazione, in cui prevalgono le strutture di dimensione intermedia, comprese tra 16 e 45 posti letto, una fascia che rappresenta il 51,2% delle residenze nel Mezzogiorno e raggiunge il 60,3% nelle Isole.

Età e genere degli ospiti

Nelle Rsa, infatti, l’età avanzata ha spesso il volto di una donna: il 73% degli anziani ricoverati è di sesso femminile, un dato che riflette la maggiore longevità delle donne e, di conseguena, anche una maggiore solitudine nella fase finale della vita.

L’ingresso in struttura è infatti strettamente legato all’età: il tasso di ricovero sale fino a 49 ospiti ogni 1.000 residenti tra gli over 80, scende a 12,3 per 1.000 nella fascia 75–79 anni e si ferma a 4,6 per 1.000 sotto i 75 anni.

Lavorare nelle RSA: numeri e ruoli

A reggere questo sistema non sono solo le strutture, ma soprattutto le persone che ci lavorano ogni giorno. Nei presidi residenziali operano 394.668 addetti: la gran parte, 355.000, sono lavoratori retribuiti, affiancati da 35.952 volontari e da 3.687 operatori del servizio civile. Tra i dipendenti pagati, il peso maggiore ricade sugli operatori socio-sanitari, che rappresentano il 36% del totale. Seguono gli infermieri (11%) e gli addetti all’assistenza alla persona (10%), figure centrali nella gestione quotidiana degli ospiti.

Quello svolto all’interno delle Rsa è spesso un lavoro fatto di presenze spezzate e orari frammentati. Il 41% dei dipendenti retribuiti è infatti impiegato in regime di part-time. In alcune professioni, il ricorso all’orario ridotto è ancora più marcato: tra medici, psicologi e mediatori culturali la quota di part-time arriva fino all’80%.

Pubblico, privato e non profit: modelli a confronto

Quando si parla di Rsa, spesso si tende a immaginare un sistema uniforme, regolato da un unico modello organizzativo. Nel 2024 il 76% dei presidi è gestito da organismi privati, ma questo non significa automaticamente “profit”: più della metà, il 51%, appartiene infatti al mondo non profit. Anche la titolarità racconta una pluralità di assetti: il 45% delle strutture fa capo a enti non profit, il 25% a soggetti privati, il 18% a enti pubblici e il 12% a enti religiosi.

Nella grande maggioranza dei casi, pari all’89%, il soggetto titolare del presidio ne cura direttamente la gestione. Nel 9% dei casi la gestione è invece affidata ad altri enti, mentre nel restante 2% è di tipo misto. Le differenze emergono con chiarezza sul piano territoriale, soprattutto guardando alle strutture a titolarità pubblica. Nel Nord, il 70% delle strutture pubbliche è gestito – direttamente o indirettamente – da enti pubblici, mentre il 24% è affidato a enti non profit. Nel Centro, la quota di strutture pubbliche gestite dal non profit sale al 37%, e nel Mezzogiorno raggiunge il 34%. Percentuali che mostrano come, soprattutto fuori dal Nord, il terzo settore assuma un ruolo sempre più rilevante nel garantire l’offerta di servizi residenziali, compensando le difficoltà del pubblico nel coprire integralmente i bisogni del territorio.

Quanti sono gli stranieri che lavorano nelle Rsa

C’è poi un dato che aiuta a leggere in profondità il funzionamento quotidiano delle Rsa: il peso del lavoro migrante. Non è un lavoro che “nessuno in Italia vuole più fare”, ma quello dell’assistenza nelle Rsa è sempre più un lavoro che fanno anche gli stranieri, soprattutto dove il fabbisogno è continuo e difficile da coprire. Nel complesso, il 13,5% del personale retribuito è composto da cittadini stranieri e, in due casi su tre, si tratta di persone con cittadinanza extra-UE.

La distribuzione, però, è molto diversa da Regione a Regione. In Emilia-Romagna la quota di lavoratori stranieri raggiunge il 27,5%, il valore più alto a livello regionale. Percentuali elevate si registrano anche in Lombardia e Piemonte, dove la presenza straniera è ormai una componente stabile dell’organizzazione delle strutture. Al contrario, in Regioni come Campania, Calabria e Sicilia la quota scende intorno al 2%. Numeri che mostrano come il lavoro migrante non sia una soluzione residuale, ma una risorsa strutturale in molte Rsa.