Il Venezuela è primo al mondo per riserve di petrolio

Caracas ha 303 miliardi di barili di petrolio, il 19,4% delle riserve mondiali

Gli Stati Uniti hanno lanciato un’operazione militare contro il Venezuela, culminata nella cattura del presidente Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores. L’azione, condotta da unità speciali statunitensi tra cui la Delta Force, è stata motivata da Washington con accuse che vanno dal narcotraffico, alla delegittimazione democratica, arrivando ai brogli nelle elezioni presidenziali del 2024. L’intervento arriva dopo mesi di crescente pressione politica e diplomatica sul governo di Caracas, più volte esplicitata dal presidente Donald Trump, e segna il primo intervento militare diretto degli Stati Uniti in America Latina dalla fine degli anni Ottanta.

Maduro ha sempre respinto le accuse statunitensi, sostenendo che l’obiettivo reale di Washington fosse il controllo delle risorse petrolifere venezuelane. Una lettura che, dopo l’operazione militare, non è stata di fatto smentita da Trump. Nella conferenza stampa successiva all’intervento, tenuta in Florida, Trump ha infatti dichiarato che le compagnie petrolifere statunitensi assumeranno il controllo delle attività petrolifere statali del Venezuela, affermando che gli Stati Uniti saranno “molto fortemente coinvolti” nell’industria energetica del Paese. Ma che cosa rende davvero il petrolio venezuelano così centrale da trasformarlo nel fulcro di un’operazione militare e di un cambio di potere?

Venezuela primo per riserve petrolifere

Il Venezuela è il Paese con le maggiori riserve petrolifere al mondo. Secondo l’Annual Statistical Review 2024 dell’Opec – l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio, che raccoglie e pubblica i dati ufficiali sulle riserve e sulla produzione dei principali Paesi produttori – Caracas dispone di 303 miliardi di barili di petrolio. Questo volume equivale al 19,4% delle riserve mondiali, una quota calcolata rapportando le riserve venezuelane al totale globale censito dall’OPEC.

In termini pratici, significa che circa un barile su cinque tra quelli presenti nel sottosuolo a livello mondiale si trova in Venezuela. Come si vede anche dal grafico, il dato colloca il Paese davanti all’Arabia Saudita con 267 miliardi di barili, all’Iran con 209, all’Iraq con 145 e agli Stati Uniti con 45 miliardi. È su questa concentrazione eccezionale di risorse che si fonda il peso strategico del Venezuela: non tanto per ciò che oggi produce, quanto per ciò che potrebbe produrre.

Il petrolio che il Venezuela non produce

Lo stesso rapporto Opec mostra però come il peso del Venezuela si riduca drasticamente quando si guarda alla produzione effettiva. Nonostante l’enorme dotazione di risorse, il Paese contribuisce solo per l’1,3% alla produzione globale di petrolio. Nel 2024, gli Stati Uniti guidano il mercato con il 18,2% dell’output mondiale, seguiti dalla Russia con il 12,7% e dall’Arabia Saudita con il 12,3%. Il divario tra riserve e produzione restituisce il paradosso energetico venezuelano: una superpotenza potenziale sul piano delle risorse, ma oggi un attore marginale sul mercato globale del greggio.

Un caso emblematico di questa situazione è quello del complesso di Paraguana, tra i più grandi al mondo, che nel 2023 ha operato attorno al 10% della propria capacità . A pesare sono stati incendi, anni di mancata manutenzione, la carenza di personale tecnico qualificato e la limitata disponibilità di greggio effettivamente raffinabile. Secondo l’U.S. Energy Information Administration, queste criticità hanno avuto effetti diretti sulla vita quotidiana del Paese: la bassa attività di raffinazione ha infatti generato diffuse carenze di benzina e diesel sul mercato interno, costringendo il Venezuela a ricorrere a importazioni e ad accordi con partner esteri per garantire la fornitura di carburanti essenziali.

La lunga crisi della compagnia statale

Il crollo della produzione petrolifera del Venezuela passa in larga parte dalla crisi della compagnia statale PDVSA. Sempre secondo un report dell’U.S. Energy Information Administration, nel 2023 la produzione di greggio si è fermata a 742.000 barili al giorno, con una riduzione cumulata del 70% rispetto ai livelli del 2013. Le cause sono strutturali e si trascinano da oltre un decennio: dopo la nazionalizzazione del settore e il progressivo rafforzamento del controllo statale, la compagnia PDVSA ha subito un drastico calo degli investimenti, una manutenzione sempre più carente e la perdita di migliaia di tecnici e lavoratori qualificati, licenziati o emigrati.

A questo si è aggiunto l’uso sistematico della compagnia come principale fonte di entrate per lo Stato. I prelievi fiscali e contributivi, compresi tra il 40% e il 45%, hanno ridotto la capacità di reinvestire gli utili nella produzione. Il risultato, osserva l’EIA, è un’azienda centrale per l’economia nazionale solo sulla carta. Nella pratica, PDVSA è sempre meno in grado di sostenere la propria capacità industriale, con effetti diretti sul livello produttivo.

A chi dà il Venezuela il suo petrolio

Il Venezuela esporta petrolio? Sì, verso Paesi lontani dall’orbita politica e strategica degli Stati Uniti. Nel 2023 la Cina ha assorbito il 69% delle esportazioni di greggio venezuelano. Una quota elevata, che però non genera un flusso di cassa diretto per Caracas. Una parte rilevante delle forniture rientra infatti nel meccanismo degli oil-for-loans. In questo schema, il petrolio viene usato per ripagare prestiti concessi da Pechino negli anni passati, per un valore complessivo vicino ai 50 miliardi di dollari. Il risultato è che la compagnia statale PDVSA incassa poco o nulla in termini di liquidità immediata. E questo limita ulteriormente la capacità di finanziare investimenti e manutenzione.

Accanto alla Cina, il Venezuela ha rafforzato i rapporti energetici con l’Iran. Tra il 2020 e il 2023 Teheran ha fornito diluenti, condensati e assistenza tecnica, indispensabili per trattare il greggio venezuelano. Resta centrale anche il legame con Cuba. Nonostante il calo complessivo delle esportazioni, l’isola continua a ricevere petrolio da Caracas. È un rapporto energetico che dura da oltre vent’anni. Nel complesso, emerge il profilo di un Paese che usa il petrolio come leva diplomatica e strumento di sopravvivenza.

Venezuela petrolio

Venezuela, infrastrutture da modernizzare

Anche le infrastrutture petrolifere risentono della crisi profonda del Venezuela. Con il passare del tempo e senza adeguata manutenzione, sono diventate uno dei principali fattori di rischio, anche sul piano ambientale. Secondo il report dell’U.S. Energy Information Administration, il Paese dispone di 25 oleodotti operativi con una capacità complessiva di 8.969.985 barili di petrolio al giorno. Gran parte di questa rete ha però più di 50 anni ed è stata progettata per gestire volumi e caratteristiche del greggio molto diversi da quelli attuali.

La stessa compagnia statale PDVSA stima che sarebbero necessari circa 8 miliardi di dollari di investimenti solo per riportare la produzione ai livelli della fine degli anni Novanta. Sul fronte ambientale, pur non pubblicando più dati ufficiali sugli sversamenti, le stime dei sindacati del settore indicano perdite di petrolio quasi quotidiane in alcune regioni, con effetti diretti su suolo, acque e comunità locali. In questo contesto, il degrado infrastrutturale non è solo un problema tecnico, ma un moltiplicatore di rischi economici, ambientali e sociali.

Non solo petrolio: repressione e ostaggi

L’attacco degli Stati Uniti al Venezuela è solo una questione economica? I principali indicatori internazionali descrivono un Paese collocato stabilmente nelle ultime posizioni a livello globale sul piano istituzionale. Nel Corruption Perceptions Index 2023 di Transparency International, il Venezuela è al 177° posto su 180, allo stesso livello di Siria e Sud Sudan. Anche la qualità democratica risulta gravemente compromessa: nel Democracy Index 2023 dell’Economist Intelligence Unit il Paese si colloca al 142° posto su 167.

Dopo le elezioni del 2024, come documenta Human Rights Watch, la repressione si è intensificata. Gli arresti sono stati oltre 2.400 e i morti 24, tra manifestanti e civili. È stato emesso un mandato di arresto contro il leader dell’opposizione Edmundo González. Sono state inoltre documentate pratiche sistematiche di intimidazione, come l’annullamento dei passaporti e le minacce agli oppositori. In questo contesto si inserisce anche il ricorso alla politica degli ostaggi: il caso dell’italiano Andrea Trentini rafforza l’idea di un potere che utilizza la coercizione non solo all’interno del Paese, ma anche come leva nei rapporti internazionali.

La grande fuga dal Venezuela

E poi c’è un altro dato che fotografa il precario stato di salute del Venezuela: la fuga dal Paese. Tra il 2015 e il 2024 si è registrato uno dei più grandi esodi migratori al mondo. Secondo i dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati e dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, 7,77 milioni di persone hanno lasciato il Venezuela. A spingerle sono stati il collasso economico, la crisi politica e il progressivo deterioramento delle condizioni di sicurezza.

La maggior parte dei migranti venezuelani si è diretta verso i Paesi dell’America Latina. La Colombia è la principale destinazione con 2,86 milioni di persone accolte, seguita dal Perù con 1,54 milioni e dal Brasile con 568.100. Fuori dalla regione, gli Stati Uniti hanno ricevuto 545.200 venezuelani, mentre la Spagna ne conta 477.400, confermandosi come principale punto di approdo in Europa. Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati e l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, questi numeri sono probabilmente sottostimati, poiché una parte dei flussi migratori avviene in modo irregolare e sfugge ai sistemi di registrazione ufficiali.

Il Venezuela è davvero primo al mondo per riserve di petrolio?
Sì: 303 miliardi di barili, pari al 19,4% delle riserve mondiali (OPEC).
Quanto pesa il Venezuela sulla produzione mondiale?
Nel 2024 il Venezuela pesa circa l’1,3% della produzione mondiale, molto meno delle sue riserve.
Perché produce così poco rispetto alle riserve?
Crisi PDVSA, scarsi investimenti e manutenzione, perdita di tecnici e problemi agli impianti: anche Paraguaná lavora molto sotto capacità.
A chi esporta soprattutto il greggio il Venezuela?
Nel 2023 la Cina ha assorbito il 69% dell’export. Una quota ripaga prestiti (oil-for-loans), quindi entra poca liquidità.
Quanti investimenti servono per rialzare la produzione?
PDVSA stima circa 8 miliardi di dollari per riportare la produzione ai livelli della fine degli anni Novanta.
Quante persone sono emigrate dal Venezuela?
Tra 2015 e 2024 sono emigrate 7,77 milioni di persone: soprattutto in Colombia (2,86 mln) e Perù (1,54 mln).

Fonte: Opec, U.S. Energy Information Administration, Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, Human Rights Watch
I dati sono aggiornati al 2023-2024

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