In Crisi&Ripresa

Il debito continuerà a crescere e gli sforzi saranno stati inutili. Gli obiettivi restano irraggiungibili

Quelli che vediamo qui sopra sono i miliardi prestati alla Grecia dal 2010 a oggi dalla Ue (quindi anche dall’Italia) e dal Fmi. I programmi sono stati diversi, si iniziò con un impegno congiunto di 73 miliardi di euro, cui seguì il Fondo di Stabilità (European Financial Stability Fund, EFSF) che ne sborsò 153,8. In entrambi i casi il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) versò una parte minoritaria dei miliardi, prima 20,1, poi 12.

Il salvataggio della Grecia

I successivi aiuti, attivati dopo la crisi del 2015 tesi a rendere possibile il salvataggio della Grecia dal default, furono responsabilità della sola Ue e del suo Meccanismo di Stabilità Europeo (European Stability Mechanism Esm).  Tra agosto 2015 e oggi sono giunti nelle casse greche 46,9 miliardi. Per un totale di 241,6 da parte della Ue e altri 32,1 da parte de Fmi: 273,7 in tutto.

Nel recentissimo accordo finale che ha emancipato la Grecia dalla tutela della troika (facendo pensare che il salvataggio della Grecia fosse cosa fatta), il pool di esperti economisti provenienti da Unione europea, Banca centrale europea e Fondo Monetario internazionale incaricati di sovrintendere i progressi economici del Paese e, se del caso, indirizzarli hanno concesso altri 15 miliardi di euro, che porteranno il totale dell’assistenza a 288,7. Naturalmente si tratta di prestiti agevolati in cambio del percorso di riforme, di tagli, di austerità insomma.

Il punto è, tutto ciò funziona? Sta funzionando e funzionerà? Il salvataggio della Grecia è realtà o lo sarà? Ci sono stati degli innegabili miglioramenti, ma alcuni obiettivi appaiono veramente troppo ambiziosi. E in tanti casi le medie europee rimangono lontanissime da quelle grechePartiamo dai dati:

 

Come si vede nella tabella sopra solo nel 2017 la crescita del Pil è finalmente diventata positiva in modo deciso, con un +1,4%, che diventerà secondo le previsioni della Commissione Europea, che fornisce questi dati, del 1,9% nel 2018 e del 2,3% nel 2019.

Tuttavia solo in quest’ultimo anno supererà il dato medio dell’area euro, al contrario di altri Paesi europei che, proprio perché provenienti da una performance molto sotto la media, in realtà hanno già fatto meglio del resto della zona, per esempio alcuni Paesi dell’Est o la Spagna.

Notevole il raggiungimento del pareggio di bilancio. Nel 2017 la Grecia è stata in avanzo del 0,8%, quando nel 2013 il rapporto deficit/Pil era del 13,2%. Ed è prevista la permanenza di un avanzo anche i prossimi anni. Forse è proprio questo il segno maggiore di austerità, l’aggiustamento fiscale.

Ancora più evidente nel deficit strutturale, che nel 2017 ha segnato un surplus del 4%. Si tratta del deficit calcolato escludendo gli effetti del ciclo economico, come una crisi, o eventi una tantum. Nei prossimi anni questo avanzo si ridurrà, grazie al fatto che con una crescita economica più sostenuta non ci sarà bisogno di puntare più sull’austerità dei conti ma basterà l’aumento del Pil a far calare il debito.

Il debito, appunto. Qui permane l’enorme distanza dal resto d’Europa. Con il 178,6% del Pil, nonostante il taglio concesso i primi anni di crisi, la Grecia è al primo posto nel Continente per debito pubblico in rapporto al Prodotto interno lordo, a un livello più che doppio rispetto al 86,5% della media della zona euro. Solo nel 2019 è previsto un netto calo, comunque su valori sempre altissimi: 170,3%. Di conseguenza la spesa per interessi rimane più alta di quella sostenuta da altri Stati, al 3,3% nel 2018, al 3,5% nel 2019.

Il problema della disoccupazione

Un altro indice in cui rimane il divario con l’Europa è la disoccupazione. Dovrebbe essere al 20,1% quest’anno in calo dal 27,5% del 2013, ma pur sempre molto di più rispetto al 8,4% dell’eurozona. L’anno prossimo si scenderà, secondo le previsioni, al 18,4% Chiaramente quindi la disoccupazione giovanile negli ultimi dati disponibili del 2017 era ancora altissima, al 43,6%, ma 5 anni fa aveva toccato il 58,3%.

Un altro dei problemi per il salvataggio della Grecia è lo squilibrio nella bilancia dei pagamenti, la differenza tra esportazioni e importazioni, che nel 2017 era negativa del 0,9% del Pil, e tale rimarrà i prossimi anni. In contrasto con un avanzo commerciale europeo del 3,5% circa. Soprattutto per merito di Italia, Germania, Paesi Bassi.

Non potendo basarsi come il nostro Paese sulla forza dell’export, che cresce come l’import, la Grecia trae beneficio dall’aumento degli investimenti, che infatti sono cresciuti nel 2017 di ben il 9,6%. Nel 2018 saliranno del 10,3%, e del 12,1% nel 2019.


Può contare meno sui consumi delle famiglie. Solo nel 2017 è stato segnato un misero +0,1%. In contrasto con il +1,6% dell’eurozona. Del resto i salari sono scesi molto negli ultimi anni. Il costo unitario del lavoro è diminuito del 6,9% nel 2013, del 1,8% nel 2014, del 1,3% nel 2015, del 0,2% nel 2016 e solo nel 2017 ha visto il segno +, con un +0,9%, in linea con il +0,8% degli altri Stati dell’eurozona. Nei prossimi anni ci saranno aumenti più modesti. Una strategia sarà appunto quella di guadagnare competitività di costo per attirare investimenti.

Gli obiettivi della Grecia

Sono però gli obiettivi, come si diceva, la parte più interessante del percorso di salvataggio della Grecia: nel 2008 la Commissione Europea aveva, infatti, fissato dei target in ambito sociale ed economico per il 2020 e osservare come dopo 10 anni si pone un Paese in confronto a quei livelli dice molto di quello che è accaduto durante la crisi. Ecco i numeri.

Come vediamo sopra la Grecia rimane lontanissima dall’obiettivo di un tasso di occupazione del 70% con il suo 57,8% del 2017, una percentuale quasi uguale a quella italiana tra l’altro. La Ue nel suo complesso si avvicina, con il 72,2%, al target del 75%. Per la spesa in ricerca già 10 anni fa gli obiettivi erano modesti per il Paese ellenico, l’1,21% del Pil non è distantissimo dal 1,01% del 2016, o comunque lo è meno di quanto sia la Ue dal proprio target.

Bene invece i capitoli sull’abbandono scolastico e sui laureati. Nel primo caso il 6% del 2017 era già inferiore dell’obiettivo del 9,7% di 18-24enni che hanno abbandonato gli studi. Così il 43,7% di laureati era molto più alto dell’obiettivo del 32% fissato 10 anni fa. Il resto d’Europa invece si poneva all’incirca intorno ai propri target. Un ottimo risultato, a dimostrazione che laddove la questione è soprattutto culturale la Grecia ha fatto grandi avanzamenti, mentre è la sua economia che non è riuscita a tenere il passo.

La riduzione dei poveri

Come si vede dal lato della povertà. Il target è una riduzione di 450mila unità del numero di poveri, che era nel 2016 di 3 milioni e 789mila, ed era calato di meno di 100mila in due anni. Per arrivare al traguardo si dovranno raddoppiare gli sforzi, insomma, ma sarà difficile, anche perché c’è anche molta incertezza sul futuro. Basti pensare al debito che rimane il macigno più grande sul Paese. Ecco il grafico.

La Commissione Europea stima che si ridurrà man mano fino a raggiungere il 96,4% del Pil nel 2060. Mentre il Fmi ritiene che invece non calerà mai al di sotto del 149,1% e anzi risalirà fino a un tragico 190% sempre nel 2060. Sono valutazioni molto distanti, di cui Truenumbers ha parlato in questo articolo, che fanno pensare forse a un eccessivo ottimismo europeo.

I dati si riferiscono al: 2017-2020

Fonte: Ue, Fmi

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