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Nel 2020 il tasso di risparmio si è impennato, ma non è una buona notizia

Siamo ancora un popolo di “grandi risparmiatori”? Siamo ancora le più grandi “formiche” del mondo? Sì, lo siamo stati (vedremo quando), ma da almeno due decenni il tasso di risparmio delle famiglie consumatrici italiane si sta assottigliando. Adesso la paura del coronavirus sta invertendo la tendenza? Non proprio.

I dati dell’Abi (Associazione banche italiane) raccontano di una forte crescita dei depositi bancari a settembre (+8%) a causa dell’incertezza per la situazione futura che spinge famiglie e aziende a parcheggiare la liquidità in banca. Adesso, i depositi bancari degli italiani hanno toccato i 1.682 miliardi di euro. Possiamo parlare di un indice della paura: più temo la situazione, più metto da parte beni in attesa di tempi migliori.

Quanto risparmiano gli italiani?

Ma partiamo dall’inizio. Parliamo di risparmio: quella parte del reddito disponibile lordo che non viene consumato o speso per investimenti. Per reddito disponibile si intendono tutte le entrate, per lavoro, rendita, pensione, meno le imposte e con l’aggiunta di contributi, sussidi ed erogazioni di vario genere.

Sostanzialmente si tratta di quanto rimane in tasca ai nuclei familiari ogni anno. Alla fine del secolo scorso era superiore al 13% del reddito. Era poi aumentato di poco fino a raggiungere un picco del 15% alla fine del 2005, in occasione del culmine di un periodo di crescita pur lieve dell’economia che però era coinciso con un aumento del tasso dell’occupazione che era stato più robusto di quello del Pil e aveva visto il raggiungimento di livelli prima mai toccati. È infatti molto probabilmente più la presenza di un lavoro, o meglio ancora la presenza di più stipendi in un nucleo familiare, a incidere su redditi, consumi e risparmi, che l’andamento generale del PIL, che dipende magari da esportazioni o investimenti di aziende.

La ripresa non ha giovato al risparmio

Non a caso il calo successivo della propensione al risparmio è stato più deciso nel 2012, momento in cui la recessione ha colpito nel vivo dell’economia reale e il lavoro. Alla fine di quell’anno si è scesi al 6,2%, meno della metà di 5 anni prima

La ripresa successiva ha avuto alcune caratteristiche simili alla crescita pre-crisi, con aumenti del Pil limitati, inferiori al 2% e spesso anche all’1%, e invece una dinamica occupazionale decisamente più vivace. E tuttavia nonostante nel 2018 e 2019 si sia arrivati a tassi di occupazione da record la propensione al risparmio non è ritornata ai livelli precedenti, neanche lontanamente, fermandosi all’8,6%, toccato nel secondo trimestre 2018.

Perché il tasso di risparmio è calato?

È cambiato qualcosa di strutturale se a parità di Pil, pre-covid si era tornati circa ai livelli di metà anni 2000, il risparmio è diminuito di quasi la metà. Il punto è che la ripresa occupazionale in particolare è stata più fragile, si è tradotta in meno ore lavorate, stipendi inferiori, contratti precari, che non consentono di mettere qualcosa da parte, anche se proprio la precarietà lo renderebbe necessario. Del resto la maggiore occupazione si è realizzata in settori con minori margini, come commercio e ristorazione.

Abbiamo visto, in modo dettagliato, l’andamento del tasso di risparmio. Ma è interessante anche fare un confronto internazionale. Nel 1995 l’Italia era infatti al primo posto tra i Paesi Ocse per tasso di risparmio. All’epoca, infatti, il 16,2 % del reddito totale disponibile annuale delle famiglie in Italia veniva risparmiato.

Nel 2018, sempre secondo i dati presi in considerazione dall’Ocse, questa percentuale nel nostro Paese è scesa al 2,5%: più alto di Stati come Spagna (1,7%), Regno Unito (0,4%) e Canada (1,5%), ma inferiore a quello di Germania (11%), Francia (8,4%) e Stati Uniti (8%).

Il ruolo del Covid

Il 2020 ha visto una svolta, totalmente artificiale, ma numericamente pur sempre una svolta: l’impossibilità di consumare a causa del lockdown e delle restrizioni dovute al Covid ha fatto crollare investimenti e consumi, questi ultimi scesi di 46,5 miliardi tra ultimo trimestre 2019 e secondo del 2020, del 17,4%, e di conseguenza molta parte del reddito è rimasta nelle famiglie. La propensione al risparmio ha raggiunto il 13,3% nel primo trimestre e il 18,6% nel secondo.

E vanno in questa direzione anche i dati dell’Abi (Associazione banche italiane) che raccontano di una forte crescita dei depositi bancari a settembre. Non sono, però, belle notizie. Innanzitutto perché i redditi stessi sono diminuiti, di 19 miliardi, il 6,6%, nello stesso periodo, e il maggior tasso di risparmio quindi è dovuto anche a un calo del denominatore, il reddito, appunto. E poi perchè la minore domanda si ripercuote nel tempo in crisi occupazionale, e quindi ancora in una ulteriore contrazione del reddito, anche di quello di coloro che ora stanno risparmiando, ma che potrebbero dover smettere di farlo se l’emergenza pandemica dovesse proseguire.

I dati si riferiscono al 1999-2020

Fonte: ISTAT, Banca d’Italia e Abi

Leggi anche: Primi effetti del Covid, cala il potere d’acquisto

 

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