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Siamo secondi in Europa dopo il Lussemburgo. E, nonostante tutto, le cose non cambieranno

Il grafico qui sopra proviene da un report del Parlamento europeo sulle pensioni nella Ue, e illustra quale sia il tasso di sostituzione tra pensioni e stipendi . Spiegato meglio è il rapporto tra il reddito da pensione dei 65-74enni e quello di lavoro dei 50-59enni.

Il reddito da pensioni e reddito da lavoro

Di fatto mostra quanto si perde andando in pensione rispetto allo stipendio o comunque alle entrate da lavoro percepiti alla fine della propria carriera.

Ebbene, l’Italia è seconda in questa classifica, dopo il Lussemburgo, ovvero si perde di meno, perché mediamente fatto 1 il reddito dei lavoratori 50enni le pensioni valgono 0,69, ovvero si mantiene il 69% del reddito.

E’ chiaro, non è una statistica esatta. Si stanno confrontando reddito da pensioni di persone che si sono ritirate anche 10 anni fa con i guadagni degli attuali lavoratori. Non è certo che quando questi ultimi finiranno di lavorare, tra 5-10 anni, avranno le stesse pensioni di chi oggi è più anziano e prendeva il loro stesso stipendio. Il cambio nei calcoli imposto dalle riforme delle pensioni, soprattutto il passaggio al contributivo forse si farà sentire. Si tratta però ugualmente di una statistica utile a mostrare il grado di benessere degli over 65 in Italia rispetto al resto dei cittadini e rispetto ai coetanei all’estero.

Gli anziani più ricchi

Già sappiamo che gli anziani in Italia sono stati gli unici ad aumentare il proprio reddito anche durante la crisi, e che il divario con i giovani è aumentato. Questi dati lo confermano e mostrano come essere pensionati nel nostro Paese in fondo sia molto meglio che esserlo all’estero. In media infatti in Europa si riesce a trattenere, dopo essersi ritirati, solo il 58% del reddito si aveva da 50enne. Un 58% che diventa il 68% nel caso della Francia, dove il sistema pensionistico adottato è sempre stato simile a quello italiano. Ma il 46% in Germania, mentre si scende al 35% in Irlanda.

In media vediamo rapporti molto bassi in Paesi, come l’Irlanda, appunto, o i Paesi Baltici, in cui negli ultimi 10-20 anni c’è stata una potente crescita economica e degli importanti aumenti salariali. Così coloro che oggi sono in pensione da una decina d’anni ricevono un assegno legato ai contributi versati in un’epoca di bassi stipendi, quando il loro Paese era anzi a reddito medio-basso, mentre quelli che ancora stanno lavorando e sono all’apice della carriera, dopo i 50 anni, hanno goduto degli aumenti degli ultimi anni legati al boom economico.

Esattamente l’opposto di quanto accaduto in Italia o Francia, dove i pensionati 65-74enni sono stati gli ultimi a godere di un periodo di rinnovi contrattuali generosi (che hanno quindi inciso sulla loro pensione) dopo il quale, a causa della crisi e della bassa crescita economica, gli stipendi hanno cominciato a stagnare.

Il futuro dei redditi

A quanto pare secondo gli analisti del Parlamento Europeo per l’Italia nonostante le riforme pensionistiche (o forse grazi a esse) le cose non peggioreranno, anzi.

Di seguito vediamo di quanto il tasso di sostituzione di cui prima varierà entro il 2053 per un percettore medio di salario (average wage earner).

L’istogramma di colore blu scuro rappresenta la variazione, che è positiva di qualche punto percentuale (circa 2) per l’Italia. Meglio di noi fanno solo 6 Paesi, Bulgaria, Danimarca, Lituania, Germania, Cipro, Estonia, la maggior parte dei quali tuttavia ha oggi tassi di sostituzioni decisamente inferiori alla media, anche la metà di quelli italiani. Per tutti questi Paesi, come per l’Italia, nel 2053 il gap tra quanto prenderà un pensionato e un 50enne al lavoro sarà inferiore a oggi. Tutto questo ha un riflesso concreto sui conti dell’Inps: secondo il bilancio di previsione per il 2018 dell’Istituto, le pensioni, quest’anno, costeranno 6,5 miliardi di euro in più, come Truenumbers ha scritto in questo articolo. Nella gran parte dei casi sarà però superiore, in particolare in Polonia, Romania, Svezia, dove peggiorerà anche di 30 punti.

L’Italia è doppiamente un’eccezione. E’ tra i pochi Paesi in cui il tasso di sostituzione non peggiorerà, nonostante sia già il secondo più alto (in Francia, dove oggi è simile al nostro, calerà di quasi il 15%), e questo accadrà grazie a un non peggioramento del tasso di sostituzione delle pensioni pubbliche classiche, qui chiamate “public pay-as-you-go”, ovvero quelle calcolate sulla base dei contributi che invece quasi ovunque provocano un grande abbassamento del tasso di sostituzione stesso. Ovvero sono organizzate in modo tale da non poter assicurare pensioni in linea con gli stipendi come ora, mentre in Italia sì.

Anche le pensioni aziendali (private occupational) quelle fornite dalla propria impresa, e quelle assicurate da dei fondi privati (pre-funded) in alcuni casi, per esempio nei Paesi Bassi, garantiranno ritorni tali da non garantire lo stesso tasso di sostituzione con gli stipendi di oggi. Al contrario in Germania e Danimarca saranno quelle che salveranno la situazione, provocando da sole una crescita del rapporto pensioni-stipendi.

Per molti piccoli Paesi minori infine hanno molta importanza le pensioni pubbliche pre-determinate (public pre-funded), ovvero quelle in cui, analogamente a quanto accade con i fondi pensione privati, si stabilisce quale dovrà essere l’assegno garantito dopo il ritiro dal lavoro e sulla base di quello di determinano i contributi da versare, come in un mutuo. Questo sistema arriverà a contrastare il declino delle pensioni classiche e ad accrescere in alcuni casi il tasso di sostituzione.

In Italia non siamo molto propensi all’uso di sistemi alternativi, pubblici o privati che siano. Anche per questo hanno avuto molta importanza e impatto mediatico quelle riforme che sono state intraprese negli ultimi anni.

I dati si riferiscono al: 2017

Fonte: Parlamento Europeo

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