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Debito, crescita, deficit: ecco cosa pensa la Ue del Def. E perché chiede 5 miliardi in più

Secondo la Commissione europea nel 2018 potrebbe essere necessaria una manovra aggiuntiva di 5 miliardi di euro. Lo ha detto l’autunno scorso, quando ha esaminato le previsioni economiche 2018 italiane che hanno poi determinato scelte di politica economica. Ora quel Def deve essere ripreso in mano ed aggiornato e nel farlo non si potrà tener conto delle osservazioni di Bruxelles. Il punto ha a che fare con le previsioni economiche 2018 elaborate dal nostro Paese rispetto a quelle elaborate dalla Commissione europea. La discrepanza tra i due valori, secondo la Commissione, porta a ritenere che l’Italia non riuscirà a mantenere i conti in ordine se non, appunto, con una manovra correttiva di 5 miliardi.

In questo post vediamo, quindi, quanto tutti i governi europei prevedono crescerà la propria economia e quali sono le previsioni dell’Europa. Le sorprese non mancano.

Le previsioni economiche 2018

Il primo grafico da considerare riguarda le previsioni economiche dei vari Paesi europei riguardo l’andamento del Prodotto Interno Lordo (Pil) per il 2018. Manca solo il Lussemburgo che segue modalità leggermente differenti, e la Grecia, che è ancora sotto procedure speciali.
L’Italia si posiziona al quarto posto tra i 17 Paesi, con un tasso di ottimismo, potremmo dire così, dello 0,2%. Infatti il nostro governo nella legge di Stabilità 2018, prevede un aumento del Pil del 1,5%, come nel 2017, ma la Commissione è più pessimista: ci dovremmo fermare all’1,3%, come mostra il grafico sopra.
Sono i maltesi quelli che vedono più roseo: pensano di poter crescere dello 0,7% in più di quello che pensa la Commissione. I finlandesi invece hanno meno fiducia in se stessi di quanta ne abbia Bruxelles: il governo prevede una crescita di 6 decimi di punto inferiore.

Come andrà il debito pubblico?

Ma il Pil è solo uno degli indicatori che entrano in gioco nelle previsioni economiche 2018 che governi e Commissione Europea fanno ogni primavera e autunno sugli anni precedente, corrente, e successivo. Un altro indicatore fondamentale è quello del debito pubblico, grandezza di cui l’Italia detiene il record europeo dopo la Grecia. Anche qui il nostro Paese, come mostra il grafico sotto, è al quarto posto quanto a discrepanza tra le proprie previsioni e quelle di Bruxelles.

Il governo Gentiloni prevede che il debito pubblico, misurato in percentuale sul Pil, sarà al 130% del Pil l’anno prossimo, la Commissione Europea, invece, pensa che sarà a quota 130,8%. Solo Cipro, Slovenia e Austria divergono maggiormente da Bruxelles. Cipro decisamente tanto, del 5,9%.
Interessante il caso della Germania. I tedeschi sono così ligi che prevedono di fare peggio di quanto stimi la Commissione, ovvero di avere un debito più alto, 63,25% contro il 61,5%.

L’ottimismo sul deficit

Vi è poi il deficit, la differenza tra entrate e uscite, che è quasi sempre negativa essendo le ultime normalmente maggiori, anch’esso in percentuale sul Pil.

Qui l’Italia è a metà classifica, come mostra il grafico sopra, siamo più ottimisti di Bruxelles dello 0,2%. Che però, attenzione, sono pur sempre circa 300 milioni di euro. E’ particolarmente stridente le differenze tra due economie piuttosto simili, come quelle di Austria e Germania: nel primo caso vi è un divario tra Vienna e Bruxelles del 3,8%, perché il governo austriaco prevede di essere in attivo del 2,9%, mentre la Commissione europea prevede un deficit del 0,9%. In Germania, invece, il governo ancora una volta è più pessimista della Commissione, con una previsione di surplus del 0,5%, contro un 1% stimato da Bruxelles


Che cosa è il deficit strutturale

L’indicatore più importante però è il deficit strutturale, di cui si parla troppo poco nel dibattito pubblico. Si tratta del valore che descrive come sarebbe il deficit sul Pil se non si tenesse conto del ciclo economico, cioè di quella parte dell’andamento del Pil che dipende da fattori esterni, come una crisi economica mondiale.
Di fatto si tratta di effettuare complessi calcoli in cui si prende in esame il Pil potenziale di un Paese, non quello effettivo, ma quello che verrebbe creato utilizzando tutti i fattori produttivi (lavoro, capitale, ecc…) al massimo del loro potenziale e della loro produttività; poi si misura quanto questo varia da quello effettivo e di conseguenza come questo divario influisce sul dato finale del deficit/Pil, che ovviamente sarà diverso da quello ufficiale. Il valore che viene così calcolato è il deficit/Pil “strutturale”.
Ed è a questo che normalmente l’Europa guarda per chiedere aggiustamenti e per giudicare come un governo sta agendo. Di fatto avere un deficit strutturale alto vuol dire che non è colpa della congiuntura economica, ma di un governo spendaccione o di una crescita potenziale più bassa di quello che si vorrebbe.

La guerra sul deficit strutturale

Il punto è che non sempre c’è accordo su cosa si intenda per componente congiunturale o ciclo economico. I governi tendono normalmente a sovrastimare le “sfortune” e i fattori esterni e a presentare deficit strutturali bassi, e crescite potenziali più alte, al contrario di quanto fa la Commissione, che invece per esempio nel caso dell’Italia, ritiene che la crescita potenziale sia bassa, a causa di una bassa produttività, la conseguenza è che il deficit strutturale dell’Italia diventa più alto.
Per il 2018 il governo Gentiloni prevede un deficit strutturale dell’1%, la Commissione del 2%. Solo Slovenia ed Estonia hanno divari maggiori. Ed è anche per questo che giungerà l’ennesima lettera da Bruxelles con una richiesta di chiarimenti sulle correzioni che il governo ha annunciato di voler mettere in atto per far diminuire il deficit strutturale. Correzioni che appaiono insufficienti, e qui si capisce perché. Il motivo è che il governo prevede che questo tipo di deficit sarà la metà di quello previsto dalla Commissione, e di conseguenza lo sforzo per arrivarci sarà più limitato da quello che immagina sia necessario la Commissione.

Anche qui la Germania si distingue per le previsioni economiche 2018 più pessimiste di quelle di Bruxelles.
Si tratta di una storia già vista in realtà, anche in aprile, in occasione del Def, quando c’erano delle discrepanze anche maggiori, che ammontavano all’ 1,5%, e al 2,3% nel caso della Francia, l’unica a superarci con la Slovenia. Con le stime di autunno, che normalmente sono più precise, abbiamo confermato la grande diversità di opinioni rispetto alla Commissione Europea. Certo: ci sarebbe il fiscal compact che dovrebbe mettere i conti italiani in linea con quanto richiesto dall’Europa ma, come Truenumbers ha spiegato in questo articolo, l’Italia non lo ha mai davvero rispettato.

I dati si riferiscono al: 2018

Fonte: Commissione europea

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