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Non è l’unico indicatore a scendere, stesso trend per gli investimenti: – 9,2%

Cominciano a vedersi in modo netto anche sulle famiglie gli effetti economici del lockdown imposto dalla pandemia. Per ora quelli che certifica l’Istat si riferiscono al primo trimestre del 2020, e quindi certamente parziali, ma già da questi si intuisce la devastazione che la crisi sta portando, a cominciare dai redditi, dal potere d’acquisto, e dai comportamenti delle famiglie.

Il reddito disponibile delle famiglie consumatrici è diminuito dell’1,6% rispetto al trimestre precedente, mentre la spesa per consumi finali si è ridotta del 6,4%. La propensione al risparmio delle famiglie consumatrici è stimata al 12,5%, in aumento di 4,6 punti percentuali rispetto al quarto trimestre 2019.

Cos’è successo al potere d’acquisto?

L’indicatore più importante è in realtà il potere d’acquisto, cioè l’insieme dell risorse che entrano in una famiglia, stipendi, sussidi, rendite, il reddito disponibile lordo, meno l’inflazione. Ebbene, per la prima volta dal secondo trimestre 2013 spunta il segno meno, ovvero rispetto allo stesso periodo del 2019 tra gennaio e marzo 2020 il reddito lordo disponibile è diminuito, dell’1,5% precisamente. Un rallentamento era già evidente negli ultimi tre mesi dello scorso anno quando la crescita era stata solo del 0,4%, lontano dal +2% dell’ultimo trimestre del 2017, il momento migliore della ripresa.

Ora la scommessa è invece su quanto peggio faremo rispetto al calo peggiore, quel -6% che si verificò nell’ultimo trimestre 2012. Un indizio del futuro piuttosto fosco lo si può scorgere nei numeri relativi alla spesa e agli investimenti delle famiglie, che sono variabili che mutano molto più velocemente, e che solo in un secondo momento vanno a impattare su redditi e potere d’acquisto

Ma il tasso di risparmio si impenna al 12,5%

La spesa infatti è in calo di ben il 6%, un crollo verticale che mai si era verificato nella storia. Basti pensare che finora il dato più negativo era stato un -2% del terzo trimestre 2012, in piena crisi dell’euro. Le restrizioni di marzo hanno contribuito a provocare anche la diminuzione del 9,2% degli investimenti, che nel caso delle famiglie vuol dire acquisti di  case. E’ chiaro che le compravendite di immobili sono state tra le prime operazioni a essere posticipate. E già in passato avevano reagito alla crisi in modo più che proporzionale rispetto al calo del reddito, come si era visto all’inizio del 2012 con un decremento del 10% secco.

C’è un effetto collaterale di tali numeri, che solo in apparenza è positivo. E’ l’aumento del tasso di risparmio, ovvero il rapporto tra il risparmio delle famiglie e il loro reddito disponibile lordo. Ha raggiunto nei primi tre mesi di quest’anno il 12,5%, tre punti e mezzo al di sopra del massimo degli ultimi 9 anni.

Non si tratta però dell’improvviso ritorno a quell’Italia di grandi risparmiatori che eravamo 30 anni fa, e tanto meno dell’effetto di un aumento delle risorse disponibili, ma dell’esito ovvio del crollo dei consumi e degli investimenti, che è stato maggiore del calo, pur presente, dei redditi.

E’ un risparmio forzato che non si trasformerà in investimenti successivi, ma molto più facilmente in mancate entrate per aziende e negozi, che pagheranno il calo della domanda provocando, come nel più classico dei circoli viziosi, esuberi occupazionali, licenziamenti, e quindi ancora minore potere d’acquisto.

Fino alla prossima ripresa, si spera il più presto possibile.

I dati si riferiscono al primo trimestre 2020

Fonte: ISTAT 

Leggi anche: Il potere d’acquisto cresce sempre meno da 3 anni

 

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