Crollo del tempo determinato: -10,7% in un anno

Contratti di lavoro: 68% indeterminati, 10,3% a termine, 21,7% autonomi

Parlare di lavoro in Italia significa partire da una domanda semplice: quanti sono gli occupati e con quale contratto lavorano? Secondo l’Istat, a giugno 2025 erano 24 milioni 326mila le persone con un’occupazione. Dentro questo numero, però, convivono percorsi molto diversi. La parte più consistente è fatta dai dipendenti a tempo indeterminato: 16 milioni 542mila, pari al 68% del totale.

Accanto a loro ci sono 2 milioni 510mila lavoratori a termine (10,3%), impiegati con contratti a scadenza, e 5 milioni 274mila autonomi (21,7%), che portano avanti la propria attività in maniera indipendente, a volte per scelta e altre perché non hanno alternative. È questa la fotografia che meglio racconta la varietà – e gli squilibri – del mercato del lavoro italiano.

Crollo dei contratti di lavoro a tempo determinato

A giugno 2025 gli occupati sono cresciuti di 16mila unità rispetto al mese precedente (+0,1%). L’aumento però non ha riguardato tutti allo stesso modo: hanno registrato un segno positivo le donne, i dipendenti permanenti e gli autonomi, mentre per gli uomini e i lavoratori a termine il saldo è in calo. Nel complesso, il tasso di occupazione resta stabile al 62,9%.

Dietro questa apparente staticità si muovono comunque delle dinamiche forti. I contratti stabili crescono dello 0,4% in un solo mese, gli autonomi aumentano anch’essi dello 0,4%, mentre i dipendenti a termine crollano del 3,0%. Se si guarda all’ultimo anno, il quadro diventa ancora più netto: +2,9% per i dipendenti permanenti, +3,7% per gli autonomi e un pesante -10,7% per chi lavora con contratti a scadenza.

Nel 2024 sempre più dipendenti a tempo indeterminato

Distanziando lo sguardo e analizzando solo i dati del 2024 si capisce meglio la direzione del mercato del lavoro in Italia. I dipendenti a tempo indeterminato sono cresciuti del 3,3%, consolidando il loro ruolo di zoccolo duro dell’occupazione. Sono aumentati, anche se con un ritmo più contenuto, gli autonomi: +0,9% in un anno. In netta controtendenza, ancora una volta, i dipendenti a tempo determinato, scesi del 6,8%. Sul piano demografico, invece, la crescita del tasso di occupazione ha coinvolto entrambi i generi, con +173mila uomini occupati e +179mila donne.

La maggior parte di questi datim messi accanto a quelli di metà 2025, confermano la presenza di due segnali chiari: la stabilità resta legata al contratto a tempo indeterminato, mentre il lavoro indipendente mantiene un ruolo importante pur con dinamiche meno vivaci.

contratti di lavoro

Quante sono le imprese in Italia?

Se vogliamo capire quale tipo di contratto predomina nelle imprese italiane, bisogna prima chiarire come sono fatte queste aziende. Parlare di imprese in Italia significa infatti confrontarsi con numeri enormi e realtà molto diverse tra loro. Il totale delle imprese in Italia supera i 4,5 milioni di attività, dentro cui troviamo di tutto: dall’impresa individuale con un solo titolare alle società strutturate con centinaia di dipendenti.

Come si possono classificare le imprese in Italia

Il Censimento permanente dell’Istat restringe lo sguardo alle imprese con almeno 3 addetti, che sono 1.021.618, pari al 22,5% del totale. Nonostante siano una minoranza numerica, hanno un peso decisivo: da sole generano l’85,1% del valore aggiunto nazionale, danno lavoro a 13,1 milioni di addetti (il 74,7% del totale) e a 11,5 milioni di dipendenti (il 96%). È per questo che vengono considerate il cuore vero del sistema produttivo.

Dentro questo universo, come si vede bene anche dal grafico, il grosso è fatto di microimprese con 3-9 addetti (805mila unità, il 78,86%). Seguono le piccole imprese da 10 a 49 addetti (189mila, il 18,51%), mentre le medie da 50 a 249 sono 22.861, cioè il 2,24%. In cima ci sono le grandi aziende con oltre 250 addetti: appena 3.969, lo 0,39% del totale, di cui 1.622 hanno più di 500 dipendenti. La distribuzione geografica racconta un’Italia spaccata: il 28,7% delle imprese si trova nel Nord-Ovest, il 22,7% nel Nord-Est, il 21,3% al Centro e il 27,3% nel Mezzogiorno.

I contratti di lavoro più usati dalle imprese

Dentro le imprese associate a Confindustria il contratto a tempo indeterminato resta la forma dominante. È il classico “posto fisso”, senza scadenza, che garantisce continuità e tutele: nel 2023 ha riguardato il 92,6% dei dipendenti, con una crescita dell’1,7% rispetto al 2022. All’estremo opposto ci sono i contratti a termine, quelli legati a una data di scadenza, scivolati del 5,4% in un anno e ridotti al 5,2% della forza lavoro. Un dato che ribadisce come, almeno in questo pezzo del sistema produttivo, la stabilità resti la regola e la precarietà un’eccezione.

Accanto a queste forme “classiche” convivono soluzioni più flessibili. Nel 2023 quasi un’impresa su tre (30,6%) ha utilizzato contratti di somministrazione a tempo determinato, i vecchi “interinali”. Questi rapporti hanno inciso in media per il 7,4% della forza lavoro, ma nelle imprese oltre i 100 dipendenti la quota balza al 72,3%. L’industria è il settore dove la pratica è più diffusa, con un 39,9% di aziende che ne fanno uso.

C’è poi la variante a tempo indeterminato, lo staff leasing. In pratica il lavoratore viene assunto a tempo indeterminato da un’agenzia per il lavoro e “affittato” a un’azienda utilizzatrice, che può impiegarlo anche per periodi molto lunghi senza stipulare un contratto diretto. È una formula che garantisce stabilità al dipendente, ma al tempo stesso lascia flessibilità all’impresa. Nel 2023 l’ha scelta il 9,6% delle imprese, con un’incidenza dell’1,0% sugli occupati. Qui il salto si vede soprattutto nelle realtà più strutturate: lo staff leasing è usato dal 35,1% delle grandi imprese e dal 14,3% delle aziende industriali.

I numeri del lavoro autonomo in Italia

Il lavoro autonomo in Italia resta una componente decisiva del mercato occupazionale, anche se in lento calo. Secondo la ricerca “Lavoratori autonomi e imprese individuali nell’economia italiana” realizzata da SDA Bocconi, nel 2022 gli autonomi erano 4.765.400, pari al 20,6% del totale degli occupati. Nessun altro Paese del campione europeo analizzato ha un’incidenza così alta: l’Italia da almeno vent’anni è quella con la quota maggiore di autonomi, anche se la tendenza è in discesa.

In Italia il lavoro autonomo si concentra soprattutto nei servizi: quasi 7 autonomi su 10 (69%) operano in questo settore. La tendenza non riguarda solo chi lavora in proprio: anche tra i dipendenti la quota è molto alta, pari al 73%. In pratica, che si tratti di indipendenti o di assunti, i servizi restano il cuore del mercato del lavoro. In alcuni comparti, però, gli autonomi fanno addirittura la parte dei protagonisti: nelle attività immobiliari e in quelle professionali, scientifiche e tecniche, la maggioranza degli occupati (56%) lavora in proprio. Un dato che conferma il legame forte tra autonomia e settori ad alta qualificazione e consulenza.

Autonomi: giovani in fuga e donne ai margini

Sul fronte anagrafico, il profilo degli autonomi in Italia sta cambiando. Crescono i lavoratori con 65 anni o più, mentre diminuiscono quelli con 29 anni o meno. Una dinamica comune agli altri Paesi europei considerati, ma che da noi si sente di più: i giovani sono sempre meno attratti dal lavoro indipendente, che invece resta una strada percorsa soprattutto dalle generazioni già con esperienze lavorative.

Anche le caratteristiche demografiche raccontano un quadro specifico. Gli autonomi sono per il 91% nati in Italia e per il 94% cittadini italiani o di altri Paesi UE-27. La quota di lavoratori stranieri è in aumento, ma cresce più lentamente rispetto a quanto accade nel totale dell’occupazione.

Infine, il divario di genere: in tutti i Paesi ci sono meno donne autonome rispetto agli uomini, ma in Italia il gap è il più marcato. Gli uomini occupati che lavorano in proprio sono il 24,5%, le donne appena il 14,8%. Una differenza che conferma come il lavoro autonomo, oltre a essere in calo tra i giovani, resti anche un terreno ancora poco accessibile per le donne.

I dati si riferiscono al: 2022-2025
Fonte: Istat, SDA Bocconi,

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