Sulle buste paga l’effetto può valere in media 314 euro l’anno per contribuente
Arriva finalmente l’aumento di stipendio che aspettavi da tempo. Buona notizia, no? Ottima. Poi guardi la busta paga e ti accorgi che l’aumento c’è, ma nel portafoglio se ne vede solo una parte. Il resto sembra essersi volatizzato nel nulla. È scomparso. In realtà, a ben guardare, non è che sia sparito: una buona quota di quell’agognato aumento è “soltanto” finita nelle casse del fisco. Non c’è un errore, ma un trucchetto contabile. Quel numero di magia si chiama fiscal drag. E anche se i numeri di magia non si dovrebbero spiegare, tutti si affrettano a dire che la colpa è solo del meccanismo con cui funziona l’Irpef, l’imposta sul reddito delle persone fisiche, costruita su scaglioni progressivi. Un meccanismo che come si vedrà costa in media circa 314 euro a contribuente.
Che cos’è il fiscal drag
In Italia l’Irpef funziona con un sistema progressivo. Tradotto: il reddito viene diviso in scaglioni e a ogni fascia si applica una percentuale di imposta diversa. Più il reddito sale, più aumenta la quota di tasse applicata alla parte che supera una certa soglia. Il problema del fiscal drag nasce quando lo stipendio cresce, anche solo di poco. Quel piccolo aumento può far finire una parte del reddito nello scaglione successivo, dove l’aliquota è più alta. E così se nel frattempo scaglioni e soglie fiscali non vengono aggiornati all’inflazione, anche un aumento che serve semplicemente a far rifiatare per il caro vita può far salire le tasse da pagare. Ecco spiegato come una parte dell’aumento si volatizza e compare nelle casse dell’erario. Ed è proprio lì che sono finiti negli ultimi anni tanti soldi del bonus 80 euro di Renzi o della riforma Irpef di Draghi.
Perché il fiscal drag è una “tassa invisibile”
Il fiscal drag viene spesso definito anche una “stealth tax”, cioè una tassa invisibile. Invisibile perché lo Stato può incassare più imposte senza introdurre nuove tasse. Il prelievo aumenta da solo, semplicemente per il modo in cui è costruito il sistema fiscale progressivo.
Il fenomeno nasce quando si combinano tre condizioni. La prima è proprio la presenza di un sistema Irpef a scaglioni, in cui l’aliquota cresce con il reddito. La seconda è che scaglioni e soglie fiscali non vengono aggiornati all’inflazione. La terza è che gli stipendi aumentano solo nominalmente, spesso per recuperare l’aumento dei prezzi. In questa situazione una parte del reddito finisce automaticamente in fasce di tassazione più alte e il contribuente paga più imposte, anche se il suo potere d’acquisto non è realmente aumentato.
Perché l’inflazione favorisce il fiscal drag
L’inflazione aumenta i prezzi e, di conseguenza, spesso spinge verso l’alto anche stipendi e pensioni nominali. Il problema è che il sistema fiscale non sempre si adegua automaticamente. Se scaglioni Irpef e detrazioni restano fermi, anche un aumento di reddito che serve solo a recuperare il potere d’acquisto può far pagare più tasse. Quando lo stipendio cresce per effetto dell’inflazione, una parte del reddito finisce nello scaglione Irpef successivo, dove l’aliquota è più alta. In altri casi non cambia lo scaglione, ma si riducono le detrazioni fiscali, che funzionano come uno sconto sull’imposta. In entrambi i casi l’imposta complessiva aumenta e anche le tasse che il contribuente è costretto a pagare.
Il risultato è che l’aumento dello stipendio serve solo a compensare i prezzi più alti, ma il contribuente paga comunque più Irpef in termini percentuali. Per questo l’inflazione è spesso considerata un’alleata del fiscal drag: fa crescere il gettito fiscale anche senza nuove tasse. Per il contribuente, invece, è l’effetto opposto. Il reddito cresce sulla carta, ma una parte dell’aumento viene assorbita dal sistema fiscale. Così il potere d’acquisto può rimanere invariato — o addirittura diminuire — mentre le tasse pagate aumentano.

I numeri del fiscal drag in Italia
Ma di che cifre stiamo parlando? Ogni anno il fiscal drag può costare ai lavoratori circa 314 euro a testa. Questa almeno è la stima calcolata dall’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica, che ha analizzato l’effetto del fenomeno tra 2019 e 2023. Nel suo complesso, il drenaggio fiscale ha generato 7,1 miliardi di euro di maggiori imposte sui lavoratori dipendenti. A questa cifra si aggiungono altri 5,1 miliardi legati ai pensionati. In totale si arriva così a 12,2 miliardi di euro incassati senza nemmeno lo sforzo di dover annunciare la necessità del balzello.
Quel dato riguarda però solo lavoratori dipendenti e pensionati, le categorie per cui le informazioni fiscali sono più complete e dettagliate. Se si allarga lo sguardo a tutti i contribuenti Irpef – quindi anche lavoratori autonomi, professionisti e altri redditi personali – l’impatto complessivo del fiscal drag diventa più ampio e alcune stime indicano che possa sfiorare i 25 miliardi di euro.
Il motivo è che il drenaggio fiscale non si limita al passaggio tra gli scaglioni Irpef. In molti casi produce effetti indiretti anche su altri meccanismi del sistema fiscale e del welfare. Per i redditi più bassi, per esempio, un piccolo aumento può far superare alcune soglie ISEE, con il rischio di perdere bonus o agevolazioni sociali. All’estremo opposto, per i redditi più elevati il prelievo può aumentare ulteriormente attraverso le addizionali Irpef regionali e comunali, che si sommano all’imposta nazionale e amplificano l’effetto complessivo del fiscal drag.
Come un reddito cresce ma il potere d’acquisto no
Secondo le analisi della Banca d’Italia, tra il 2021 e il 2025 il reddito disponibile delle famiglie italiane è aumentato complessivamente del 18,4%. Per capire meglio cosa significa, immaginiamo una famiglia che nel 2021 disponeva di 2.000 euro al mese: nel 2025 sarebbe arrivata a circa 2.368 euro. L’aumento totale è quindi di circa 368 euro mensili. Ma questo incremento non deriva da un solo fattore. È il risultato di diversi elementi che spingono i redditi verso l’alto, mentre altri ne riducono una parte.
La componente più rilevante è l’aumento nominale degli stipendi, cioè gli adeguamenti salariali che negli ultimi anni hanno cercato di compensare l’inflazione. Questa voce spiega circa +11,8% della crescita complessiva, pari a 236 euro al mese nell’esempio. A questo si aggiunge la crescita reale dei redditi, legata soprattutto all’aumento dell’occupazione e all’andamento dell’economia, che contribuisce per +5,1%, cioè circa 102 euro. Un ulteriore contributo arriva dalle politiche fiscali, come il taglio del cuneo contributivo, che secondo le stime ha aumentato il reddito disponibile di circa +3,9%, pari a 78 euro al mese.
C’è però anche un fattore che agisce nella direzione opposta. Il fiscal drag, insieme alla riduzione di alcune agevolazioni fiscali, sottrae circa −2,5% alla crescita dei redditi, cioè circa 50 euro al mese nell’esempio. Mettendo insieme tutte queste componenti si arriva ai 2.368 euro mensili. Il risultato è che i redditi delle famiglie crescono sulla carta, ma una parte dell’aumento serve soprattutto a recuperare l’inflazione e un’altra viene assorbita dal sistema fiscale. Per questo il guadagno reale in termini di potere d’acquisto resta molto più limitato.
Esempio di fiscal drag su un aumento di stipendio
Un altro esempio aiuta a capire come il fiscal drag entra in gioco quando aumenta lo stipendio. Prendiamo come riferimento le regole Irpef in vigore fino al 2025. L’imposta sul reddito delle persone fisiche è costruita su scaglioni progressivi, cioè l’aliquota cresce al crescere del reddito. In questo periodo il sistema prevede tre fasce principali: 23% fino a 28.000 euro, 35% tra 28.000 e 50.000 euro e 43% oltre i 50.000 euro.
Immaginiamo un lavoratore con 27.500 euro lordi annui. Su quasi tutto il reddito paga il 23% di Irpef. Se riceve un aumento di 1.000 euro, il reddito sale a 28.500 euro: i primi 28.000 restano tassati al 23%, ma 500 euro entrano nello scaglione successivo al 35%. Il risultato è che l’aumento lordo non si traduce nello stesso incremento netto. Su quei 1.000 euro aggiuntivi una parte viene tassata con l’aliquota più alta e il lavoratore può ritrovarsi con circa 650-700 euro netti, non con l’intero aumento.
Che cos’è l’aliquota marginale effettiva
Come si evita il fiscal drag
Negli ultimi anni i governi hanno cercato di attenuare gli effetti del fiscal drag con una serie di interventi fiscali e contributivi. Come mostra la tabella sulle manovre compensative, tra il 2020 e il 2024 sono stati introdotti diversi provvedimenti: dal trattamento integrativo Irpef del 2020, alla riforma dell’Irpef del 2022, fino ai tagli del cuneo contributivo e alla rimodulazione delle aliquote Irpef nel 2024. Nel complesso queste misure hanno avuto un valore che ha superato i 30 miliardi di euro. L’obiettivo è stato ridurre il carico fiscale sui redditi da lavoro e compensare almeno in parte l’aumento automatico del prelievo generato dal fiscal drag, soprattutto nelle fasi in cui l’inflazione ha spinto verso l’alto gli stipendi nominali.
Indicizzare gli scaglioni Irpef per ridurre il fiscal drag
Ma gli interventi fiscali non sono l’unico modo per limitare il fenomeno. Il modo più semplice per ridurre il fiscal drag è aggiornare gli scaglioni Irpef all’inflazione. Quando i prezzi salgono ma le soglie fiscali restano ferme, anche aumenti di stipendio pensati solo per recuperare il caro vita possono spingere una parte del reddito nello scaglione successivo, aumentando le tasse. Secondo la Banca d’Italia, negli ultimi anni gli aumenti nominali dei redditi hanno compensato solo il 62% dell’inflazione cumulata. Se scaglioni e soglie fiscali fossero indicizzati all’inflazione oltre questa soglia, l’effetto del fiscal drag verrebbe in gran parte neutralizzato. Un’altra strada è intervenire con riforme fiscali, per esempio riducendo le aliquote o modificando le soglie di reddito.
In molti Paesi questo problema viene affrontato proprio così. Stati Uniti, Canada, Danimarca e Austria indicizzano automaticamente gli scaglioni dell’imposta sul reddito all’inflazione. In altri Paesi, come Belgio, Francia, Germania e Svezia, le soglie vengono aggiornate periodicamente con interventi legislativi. In Italia, invece, non esiste un meccanismo strutturale di indicizzazione. E così, mentre i prezzi salgono, il sistema fiscale continua a incassare di più senza cambiare le aliquote. La domanda resta aperta: perché lasciare che sia l’inflazione ad aumentare le tasse? A meno che non diventi una scelta consapevole di politica economica per usare il gettito extra per ridurre il debito, aumentare la spesa pubblica e finanziare altre riduzioni fiscali.
Fonte: Banca d’Italia, Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica
Anno di riferimento: 2025
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