La classifica in base all’anzianità: Napolitano primo, 81 anni nel 2006
Le grandi manovre politiche per l’elezione del prossimo presidente della Repubblica sono in pieno svolgimento. A fine gennaio, infatti, i grandi elettori dovranno decidere chi siederà al Quirinale sulla poltrona ora occupata da Sergio Mattarella. A rendere più delicata del solito la partita per il Colle è l’anomalia della situazione politica, con una maggioranza che sembra stare insieme soltanto grazie al collante rappresentato da Mario Draghi. Un equilibrio delicato che coinvolge il Quirinale. Infatti, se dovesse verificarsi l’ipotesi più accreditata, l’elezione a Capo dello Stato di Draghi, sarebbe difficile trovare un punto di caduta nella maggioranza su un nuovo Presidente del Consiglio.
La data dell’elezione del presidente della Repubblica 2022
In ogni caso un compromesso va trovato in tempi brevissimi. La data dell’elezione del presidente della Repubblica nel 2022 si avvicina molto velocemente. Ecco quali sono e tappe che porteranno all’elezione. Il 4 gennaio Roberto Fico, presidente della Camera, invierà ai “grandi elettori”, cioè le 1008 persone (deputati, senatori e delegati regionali) che hanno diritto di voto, la convocazione per la seduta comune per iniziare le procedure di voto. In quella comunicazione ci sarà la data esatta dell’elezione del presidente della Repubblica e deve tener conto che il mandato di Sergio Mattarella scade il 3 febbraio.

E’ il giorno in cui, 7 anni fa, Mattarella ha giurato prima di salire al Quirinale. Perché Fico invierà la comunicazione solo il 4 gennaio? Perché lo dice la Costituzione, all’articolo 85: trenta giorni prima che scada il termine “il Presidente della Camera dei deputati convoca in seduta comune il Parlamento e i delegati regionali”. Le procedure dovrebbero cominciare, come da prassi, una ventina di giorni dopo in modo da lasciare ai Consigli regionali il tempo di eleggere i delegati che andranno a Roma per le votazioni.
Elezione del Presidente della Repubblica, rischio elezioni
Del resto, il compromesso, in quei giorni che separano la convocazione dall’inizio delle procedure di voto, si troverà perché è chiaro che nessun partito ha interesse ad andare a elezioni anticipate. A causa del taglio dei parlamentari, infatti, l’unico a guadagnare in termini di seggi sarebbe Fratelli d’Italia mentre tutti gli altri gruppi subirebbero una sforbiciata consistente. Non appare dunque del tutto peregrina l’idea, ventilata nelle ultime ore, di un passaggio di Draghi al Quirinale con il ministro dell’Economia, Daniele Franco, a prenderne il posto come premier. In questo modo si salverebbe la legislatura e si potrebbe contare su una figura di primo piano al Colle. Inoltre, si avrebbe continuità sulla gestione dei fondi del Pnrr.
I franchi tiratori e l’elezione del prossimo presidente della Repubblica
L’alternativa che fino a poco tempo fa sembrava più sicura, Mattarella bis e Draghi a Palazzo Chigi fino alla scadenza della legislatura nel 2023, sembra definitivamente tramontata. Durante un incontro al Quirinale dedicato a Giovanni Leone, suo predecessore dal ’71 al ’78, Mattarella ha ricordato la proposta dello stesso Leone di introdurre in Costituzione la non rieleggibilità del Presidente. Un riferimento che è stato interpretato come un esplicito rifiuto a una possibile rielezione. Del resto, per sbrogliare la matassa bisogna guardare al convitato di pietra: l’imprevedibilità dei gruppi parlamentari. Come si è visto con il voto sul ddl Zan, i leader politici non sembrano avere il pieno controllo dei gruppi nelle votazioni a scrutinio segreto. Il rischio, paventato da molti, è che si ripeta quanto avvenuto con Romano Prodi nel 2013. Candidato al Quirinale con una decisione unanime dell’assemblea dei grandi elettori del Pd, venne impallinato da 101 franchi tiratori.
Le insidie del gruppo misto per l’elezione
Inoltre, a complicare il quadro c’è la mina vagante del Gruppo misto, quinta forza alla Camera con 66 deputati e quarta al Senato con 47 senatori. Una variegata galassia che va dai centristi di Maurizio Lupi e Bruno Tabacci, ai fuoriusciti del Movimento cinque stelle, come Gianluigi Paragone, alla destra moderata di Cambiamo di Giovanni Toti. Un gruppo che potrebbe fare la differenza, soprattutto se le prime tre votazioni, per le quali serve il quorum dei due terzi, andassero a vuoto. In tal caso basterebbe la maggioranza assoluta.
Quanti voti servono per l’elezione del prossimo presidente della Repubblica
Ciò significa che su 1008 grandi elettori (deputati, senatori e delegati regionali) sarebbero sufficienti 503 voti (i presidenti di Camera e Senato non votano). E sia centro sinistra che centro destra potrebbero spuntarla con un nome a loro gradito. Tra i più chiacchierati c’è sicuramente Silvio Berlusconi. E non è una caso dal momento che il centro destra può contare su 467 elettori contro i 441 di centro sinistra e Movimento Cinque Stelle. Per i forzisti e alleati di tratterebbe di trovare 36 voti nel Misto, un’impresa tutt’altro che impossibile. Tuttavia, il disegno di Berlusconi potrebbe essere ostacolato dai suoi precedenti giudiziari. Al Capo dello Stato spetta infatti anche il ruolo di Presidente del Consiglio superiore della magistratura.
C’è inoltre la variabile Renzi. L’ex premier, infatti, controlla 26 deputati e 15 senatori e può esercitare una certa influenza su molti parlamentari del Pd, candidati nei listini bloccati stilati dallo stesso Renzi nel 2018 quando era ancora segretario. Qualunque sia la sua strategia per il Colle, è molto probabile che essa avrà forti ripercussioni sull’intero panorama politico.
Elezione presidente della Repubblica 2022, come si fa
Sono molti i nomi circolati negli ultimi mesi come candidati a Presidente della Repubblica. Mentre l’ipotesi Cartabia è passata un po’ in sordina, tornano in auge alcuni grandi personaggi politici. Tra questi spicca Giuliano Amato, classe 1938, socialista di lungo corso, vicepresidente della Corte costituzionale, due volte premier (nel ’92 e nel 2000), e ministro in numerosi governi. Negli ultimi giorni è uscito anche il nome di Pierferdinando Casini che però si schermisce: “Presidenti della Repubblica si diventa, non ci si candida”. Già Presidente della Camera, eletto senatore nel 2018 grazie all’appoggio del Pd, Casini può vantare un profilo abbastanza equidistante per essere un candidato di compromesso. Tra le cosiddette “riserve della Repubblica”, emerge Sabino Cassese, classe 1935, un passato da giudice della Corte costituzionale dal 2005 al 2014. L’insigne giurista potrebbe avere dalla sua un profilo super partes e favorire una convergenza tra destra e sinistra.
Giusto per fare un esercizio: se Draghi salisse al Quirinale, con i suoi 74 anni, si posizionerebbe per età tra Scalfaro e Ciampi, il primo aveva 73 anni quando venne eletto e il secondo 78. Pierferdinando Casini si posizionerebbe, con i suoi 65 anni, tra Leone (63) e Saragat (66). Silvio Berlusconi sarebbe il secondo presidente della Repubblica più anziano a salire al Quirinale dopo il bis di Napolitano, rieletto alla bella età di 87 anni.
Quanti anni hanno i candidati al Quirinale
Il maggior ostacolo che sembra intralciare la strada per il Colle dei candidati in pectore sembra essere l’età. A parte Casini, infatti, tutti gli altri hanno abbondantemente superato gli ottant’anni. Considerata la durata del mandato, sette anni, alcuni potrebbero ritrovarsi a gestire la politica italiana da ultranovantenni. Un confronto interessante può essere fatto con i passati Presidenti della Repubblica, sia per il profilo anagrafico, cioè l’età al momento della elezione, sia per il numero di voti presi, mostrato dal grafico qui sotto.
I Presidenti della Prima Repubblica
Il primo Presidente fu Enrico De Nicola. Fu eletto dall’Assemblea costituente capo provvisorio dello Stato il 28 giugno 1946 e rimase in carica fino al 12 maggio 1948. Sotto il profilo giuridico, De Nicola assunse il titolo di Presidente della Repubblica il primo gennaio 1948 con l’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, e lo mantenne per poco più di quattro mesi. Esponente del Partito liberale italiano, quando venne eletto aveva 68 anni. Fu sostituito da Luigi Einaudi il 12 maggio 1948. Liberale, stimato economista, Einaudi venne eletto al quarto scrutinio con una maggioranza di 518 voti su 872, all’età di 74 anni.
Nel ’55 fu la volta di Giovanni Gronchi, democristiano, 67 anni. Anche lui ottenne la maggioranza alla quarta votazione con 658 voti su 883. Suo successore fu Antonio Segni, il cui incarico durò poco più di due anni. Eletto al nono scrutinio con 443 voti su 842, Segni assunse la carica a 71 anni nel 1962. Colpito da trombosi cerebrale nel nell’agosto del ’64, rassegnò le proprie dimissioni il 6 dicembre del ’64. Durante il suo breve mandato Segni fu coinvolto nel Piano Solo, un tentativo di colpo di Stato ordito dal generale dell’arma dei carabinieri Giovanni de Lorenzo, poi non concretizzatosi.
Come è stato eletto presidente Giuseppe Saragat
Al suo posto il Parlamento elesse al ventunesimo scrutinio il socialdemocratico Giuseppe Saragat. Con 646 voti su 963, Saragat entrò in carica il 29 dicembre del ’64 all’età di 66 anni.
Nel 1971 fu la volta di un altro democristiano, il 63enne Giovanni Leone, eletto al ventitreesimo scrutinio, con 518 voti su 1008. Coinvolto nello scandalo Lockheed, un caso di corruzione nell’acquisto di elicotteri statunitensi, bersagliato da accuse di nepotismo e clientelismo mosse dalla stampa e alle prese con le conseguenze del sequestro Moro, rassegnò le dimissioni il 15 giugno 1978.
Dopo alcune settimane di supplenza da parte di Amintore Fanfani, il 9 luglio 1978 si insediò Sandro Pertini. Primo Presidente socialista, Pertini fu eletto al sedicesimo scrutinio con 832 voti su 995 all’età di 81 anni. Nel 1985 fu il momento di Francesco Cossiga. Il “picconatore”, come fu soprannominato per le sue intemerate contro i partiti al tempo di Mani pulite, fu eletto a 56 anni al primo scrutinio, con 752 su 977 votanti. Nel grafico sotto i voti presi dai Presidenti della Repubblica espressi in percentuale sul totale dei grandi elettori.
I Presidenti della Seconda Repubblica
Il 28 maggio 1992, in piena Tangentopoli, toccò al 73enne Oscar Luigi Scalfaro. Venne eletto al sedicesimo scrutinio con 672 voti su 1011. Fu il Presidente del passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, dopo il lavacro giudiziario del sistema politico.
Scalfaro fu sostituito nel 1999 dal primo Capo dello Stato non politico, il 78enne Carlo Azeglio Ciampi. Un passato come governatore della Banca d’Italia e da premier del primo esecutivo tecnico nella storia del Paese, Ciampi fu eletto al primo scrutinio con una larga maggioranza (707 voti su 1010).
Il bis di Napolitano
Nel 2006 al suo posto venne scelto Giorgio Napolitano, storico esponente del Partito Comunista poi confluito nei Ds. L’81enne Presidente fu votato al quarto scrutinio da 990 grandi elettori su 1009. Napolitano fu l’unico capo dello Stato ad essere rieletto, sfruttando il silenzio della costituzione sul tema e modificando la prassi costituzionale fino ad allora vigente. Il 20 aprile 2013, a 87 anni, in seguito allo stallo determinato dalle elezioni politiche, un ampio schieramento di forze politiche chiese e ottenne la sua rielezione, con 738 voti su 997 votanti dei 1007 totali alla sesta votazione.
Napolitano si dimise per motivi legati all’età nel gennaio 2015. Infine, l’attuale Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, assunse l’incarico a 73 anni nel 2015. Fu votato il 31 gennaio al quarto scrutinio da 665 grandi elettori su 1009.
I dati si riferiscono al periodo 1946-2015
Fonte: sito ufficiale della Presidenza della Repubblica
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