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Il paradosso del Covid: aumentano le assunzioni permanenti: +263mila

Non è stato un 2020 positivo per l’occupazione, è scontato dirlo. Ma sarebbe potuta andare molto peggio a guardare i dati dell’Inps e dell’Istat sulle attivazioni e le cessazioni dei contratti dei dipendenti. Nel complesso il saldo, che tiene conto anche delle trasformazioni da tempo determinato a indeterminato, è positivo per 35 mila posti. Si tratta però dell’esito di andamenti opposti, uno positivo, quello dei contratti permanenti, e uno negativo, quello dei contratti a termine. Nel primo caso nel 2020 il saldo positivo è stato di 263mila unità, mentre c’è stata una perdita di 231mila contratti a tempo determinato.

Quanti contratti a tempo determinato

È chiaro che i numeri sono fortemente influenzati dai provvedimenti sulla cassa integrazione e dal blocco dei licenziamenti che sono stati messi in atto già a fine febbraio e più volte prorogati nel corso dell’anno. Quest’ultimo blocco ha incentivato le mancate assunzioni di lavoratori con contratti a termine, che non a caso sono quelli che più hanno sofferto la crisi, come sempre avviene in recessione del resto.

Ma quanti contratti a tempo determinato si sono persi? Basti pensare che nel secondo trimestre, finora, in attesa dei dati sul quarto, il più colpito dal lockdown, le attivazioni di contratti a tempo determinato sono state 1 milione e 168mila, quasi la metà dei 2 milioni e 5 mila di un anno prima. Di conseguenza sono calate anche le cessazioni, che nel terzo trimestre hanno toccato un record negativo, un milione e 382 mila persone. Le trasformazioni in contratti a tempo indeterminato sono anch’esse calate, ma meno, sono rimaste sempre sopra le 100mila. Segno che probabilmente vi è sempre richiesta di competenze più elevate, specialistiche, quelle che normalmente infatti più spesso sono protagoniste di tali trasformazioni.

contratti a tempo determinato

Qual è stato l’andamento delle assunzioni?

Solo nel terzo trimestre, quello dell’illusoria ripartenza il saldo dei contratti a tempo determinato è positivo, di 183 mila unità, grazie alla ripresa delle attivazioni e alle minori cessazioni, frutto però in realtà delle poche assunzioni dei mesi precedenti.

Ma i provvedimenti del governo hanno avuto un effetto ancora più diretto in realtà sull’altra tipologia di dipendenti, quelli con contratti a tempo indeterminato. Tra questi ormai da anni attivazioni e cessazioni sono sempre molti meno che tra i precari, il contratto permanente è un po’ un traguardo raggiunto solo da chi ha competenza richieste, non da tutti. Ma nel 2020 questa dicotomia è stata ancora più evidente, il saldo positivo tra assunzioni, cessazioni e trasformazioni è stato addirittura più positivo che in alcuni anni precedenti, come il 2017 e il 2018. Di 101 mila unità il primo trimestre, di 65 mila nel secondo, i 97 mila nel terzo.

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Le cessazioni di lavoro negli ultimi mesi

Questo perché grazie a cassa integrazione e blocco dei licenziamenti sono diminuiti allo stesso modo sia i flussi in entrata che in uscita. Per esempio nel secondo trimestre sono state solo 448mila le cessazioni, di fatto quasi solo quelle volontarie e i pensionamenti, visto il blocco. Questo ha compensato l’ovvio calo delle assunzioni e quello più ridotto delle trasformazioni da tempo determinato a indeterminato.

In sostanza, come accaduto in molti altri ambiti anche il mercato del lavoro è rimasto congelato, non si assume, non si licenzia, o lo si fa molto meno di prima ecco perché, probabilmente, a fine anno i dati diranno che non c’è stato un crollo del reddito medio pro capite degli italiani. Il 2021, se sarà l’anno del “disgelo”, vedrà i numeri muoversi molto di più, ma non necessariamente in meglio se come molti prevedono, molte aziende ora sostenute dai sussidi dovranno fare da sole.

I dati si riferiscono al 2020

Fonte: ISTAT

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