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 In Soldi

Il tasso di sostituzione non è mai stato così alto dal 2004, in Europa solo il Lussemburgo ci supera

In Italia abbiamo uno dei tassi di sostituzione più alti d’Europa. Che cos’è? Il rapporto tra la pensione e l’ultimo reddito percepito. In altre parole: quanto resta in tasca al pensionato. Il cosiddetto replacement ratio viene calcolato confrontando le pensioni lorde dei 65-74enni con i guadagni dei 50enni. Bisogna considerare che i redditi da lavoro sono a 1: se il pensionato riesce a intascare il 70% di quanto prende il 50-59 enne si dirà, quindi, che il tasso di sostituzione è uguale a 0,7. Questa misura può essere utile per chi cerca di fare un calcolo della pensione e ci dice quanto efficientemente uno Stato riesce a mantenere il potere d’acquisto dei pensionati rispetto al periodo in cui lavoravano. A quanto pare quello italiano ci riesce bene, forse anche troppo.

Le pensioni e il tasso di sostituzione

Il nostro tasso di sostituzione è dello 0,73 (l’ultimo dato disponibile è quello del 2018). Non solo il secondo più alto in Europa (come si vede nel grafico in alto) dopo quello lussemburghese, ma anche il più elevato della storia, almeno dal 2004 in poi. Vuol dire che in media i pensionati italiani tra 65 e 74 anni guadagnavano il 73% di quanto fanno i 50enni.  La differenza è notevole. E si è allargata negli anni. Nel 2004 infatti il tasso di sostituzione italiano era di 0,58, si era scesi poi a 0,49 nel 2007, quando ci superavano otto Paesi ora dietro a noi, come Svezia, Austria, Francia, ecc. Dal 2008 si è saliti sostanzialmente ogni anno a 0,51 nel 2009 poi 0,53 nel 2010, 0,55 nel 2011, 0,59 nel 2012, fino a superare 0,6 dal 2013 in poi, per arrivare a 0,71 nel 2017 e infine 0,73 nel 2018.

Il replacement ratio in Europa

La Spagna ha seguito un trend simile, da 0,42 nel 2008 a 0,7 nel 2018. Analoga evoluzione vi è stata in Grecia e in Portogallo. In Francia l’aumento è stato più lento, da 0,56 nel 2004 si è arrivati a 0,69 nel 2014 per poi vedere una piccola discesa. In Germania a parte un picco di 0,51 nel 2011 si è sempre oscillati tra 0,45 e 0,47. In Svezia c’è stato addirittura un trend di calo, visto che dopo il 2009 non si è più raggiunto quota 0,6, che invece negli anni 2000 era sempre stata superata.

Quando vado in pensione…

In realtà questo indice non ci dice solamente della generosità dei sistemi pensionistici, che sono certamente più generosi nei Paesi mediterranei, ma anche dell’andamento dei salari, che è più variabile e più sensibile ai cambiamenti della congiuntura economica delle pensioni, protette appunto da leggi determinate da tempo. Basti infatti pensare al fatto che la grandissima parte degli over 65enni italiani esaminati nel 2018 godevano del calcolo retributivo, avendo cominciato a lavorare prima del 1978 (la riforma Dini aveva esentato dal contributivo quanti nel 1996 avessero 18 anni di contributi) e avendo solo il breve periodo dal 2012 in poi misurato con il sistema contributivo.

Gli stipendi hanno perso terreno

Il replacement ratio rende quindi evidente come gli stipendi, persino quelli dei 50enni, abbiano perso terreno rispetto alle pensioni negli ultimi 10 anni, perlomeno in Italia e nei Paesi Mediterranei simili: oggi le seconde non siano più così tanto basse rispetto ai primi come una volta. Così se l’ottimista può vedere nei dati la speranza di avere una buona pensione in relazione allo stipendio del periodo precedente al ritiro dal lavoro, il realista vede solo un avvicinamento i guadagni degli over 65 attuali e i 50enni attuali, ed è consapevole che quando sarà il momento per questi 50enni di avere 65 anni e godere di una pensione questa sarà in gran parte contributiva e quindi inferiore a quelle del momento.  E per allora di conseguenza il tasso di sostituzione sarà forse di nuovo sceso.

Fonte: Eurostat 

I dati si riferiscono al: 2018

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