L’Italia che inventa ha due nomi: Coesia e Ferrari

Un quarto dei brevetti italiani (1.174) arriva da trasporti, packaging e macchinari

L’Italia entra nella top 10 mondiale dei brevetti, ma resta indietro quando si guarda alla diffusione reale dell’innovazione. Nel 2025 le domande depositate sono state 4.767: un numero che consolida il posizionamento internazionale, ma che non equivale a una crescita diffusa dell’innovazione nel Paese. Il punto è proprio questo: l’Italia migliora nel ranking globale, ma non aumenta in modo significativo la propria capacità di produrre innovazione su larga scala. È una crescita più “qualitativa” che quantitativa, trainata da progetti ad alto valore ma concentrata in pochi settori e territori.

I dati arrivano dall’European Patent Office (EPO), Technology Dashboard 2025, che analizza le domande di brevetto depositate a livello europeo e globale. È da qui che emerge il doppio volto dell’Italia: da un lato la presenza stabile tra i primi 10 Paesi al mondo per numero di domande, dall’altro un ritardo evidente se si considera il numero di brevetti in rapporto alla popolazione. Un indicatore che misura quanto l’innovazione sia diffusa nel sistema economico e non solo concentrata in alcune eccellenze.

Domanda non fa rima con brevetto

Occhio a non confondersi: depositare una domanda di brevetto è solo il primo passo, un po’ come mandare un curriculum e sperare nella chiamata. Indica quanta innovazione abbiamo in cantiere, ma il brevetto vero e proprio arriva solo dopo un rigoroso controllo tecnico e legale, che separa le buone idee da quelle che cambiano davvero le regole del gioco.

Mettere a confronto questi due dati serve a capire dove sta davvero l’Italia. Nel 2025 le domande sono state 4.767 (il 2,4% del totale EPO), ma i brevetti effettivamente ottenuti sono stati 3.767 (3,1%). Sono numeri che pesano in modo diverso e spiegano non solo quanto siamo creativi, ma anche quanto siamo bravi a trasformare un’intuizione in un titolo di proprietà riconosciuto a tutti gli effetti.

In questa classifica, l’Italia si piazza al 10° posto nel mondo e al 4° in Europa, restando in scia a Germania, Francia e Paesi Bassi e sorpassando la Svezia. Il ritmo, però, è più un passo lento che una corsa: dopo il record di 4.920 domande del 2021, ci siamo assestati sotto quota 4.800. Nel frattempo, fuori dai nostri confini, l’European Patent Office ha superato le 200.000 richieste (+1,4%). Il risultato? Guadagniamo posizioni quasi più per demerito o stanchezza degli altri che per una nostra vera accelerata: l’Italia tiene botta e salva il posto in classifica, ma senza aumentare la potenza del proprio motore innovativo.

Pochi brevetti per milione di abitanti

Il vero limite dell’Italia emerge quando smettiamo di guardare le classifiche generali e contiamo quanti brevetti produciamo in rapporto alla popolazione, ovvero quanto l’innovazione entra davvero nelle tasche e nelle vite di tutti i giorni. In questo confronto l’Italia scivola al 19° posto nel mondo con appena 80,9 domande ogni milione di abitanti, una cifra che impallidisce di fronte ai 1.095,6 della Svizzera o ai 292,9 della Germania. In parole povere, l’Italia le idee le ha ma le tiene chiuse in pochi uffici o distretti specifici, lasciando il resto del mondo produttivo a guardare dalla finestra.

L’Italia non riesce più a battere il record del 2021

Negli ultimi dieci anni la parabola dei brevetti italiani sembra un po’ un viaggio in autostrada: una bella accelerata all’inizio e poi la velocità di crociera col cruise control inserito. Nel 2016 siamo partiti da 4.154 domande, superando quota 4.600 già nel 2019 e toccando il picco di 4.920 nel 2021. Da quel momento, però, abbiamo tolto il piede dal gas: tra il 2022 e il 2023 siamo rimasti sopra i 4.700, fino ad arrivare alle 4.767 domande del 2025, praticamente un fotocopia dell’anno prima con un impercettibile -0,1%. Anche la nostra fetta di torta nel mondo EPO resta inchiodata al 2,4%.

La musica non cambia se guardiamo ai brevetti effettivamente portati a casa. Dopo il record di 3.813 nel 2020, abbiamo vissuto un biennio un po’ sottotono per poi risalire tra il 2023 e il 2024, assestandoci sui 3.767 del 2025 (il 3,1% del totale). Mettendo insieme i pezzi, il quadro è chiaro: il sistema Italia ha finito la sua fase di espansione e si è messo comodo.

I settori che fanno più innovazione in Italia

L’innovazione italiana è un po’ come un abito sartoriale: resta saldamente cucita addosso alla nostra industria. Nel 2025 è il settore dei trasporti a guidare la fila con 451 domande di brevetto, un piccolo scatto dello 0,4% che vale circa il 9,5% di tutto quello che produciamo (4.767). Subito dietro troviamo il mondo del packaging e della movimentazione (l’handling) con 411 domande, anche se perde il 6,4%, seguito dai macchinari speciali a quota 312 (-5,7%), che pesano per poco più del 6,5%. Se facciamo i conti, questi primi tre settori da soli mettono insieme oltre 1.170 brevetti: praticamente un quarto di tutte le idee che l’Italia mette nero su bianco.

Il ritmo della crescita, però, non è uguale per tutti. L’ingegneria civile corre con un bel +10% e la chimica sale del 4,4%, segnali che ci stiamo muovendo anche su terreni più nuovi. Al contrario, i settori meno “di fabbrica” tirano il freno: arredamento e giocattoli crollano del 14,2%, e altri pezzi della meccanica registrano cali a doppia cifra. La morale è semplice: l’Italia continua a inventare soprattutto dove si sente a casa e dove ha già le macchine accese.

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Le aziende italiane che fanno più brevetti

In Italia, la fabbrica delle idee ha pochi nomi che firmano quasi tutto il registro. Nel 2025 è Coesia a dettare il passo con 179 domande. Parliamo del gruppo bolognese (di cui fa parte la storica G.D), leader mondiale nelle macchine automatiche per confezionare tutto. Subito dopo troviamo Ferrari, con 151 brevetti. Poi Iveco Group a quota 68, con le sue innovazioni per i mezzi pesanti. Più staccate troviamo Pirelli con 43, Chiesi e Leonardo, entrambe a 36. A ruota seguono Ima e Sacmi Imola, entrambe a 33. Infine il Cnr e Scm Group, che si fermano a 24.

La lista dei “primi della classe” continua con Piaggio (23), Brembo (22) e Fameccanica (21). Seguono Danieli e Prinoth, entrambe a 18. Le prime 15 aziende firmano da sole il 15% del totale nazionale. L’innovazione italiana non è un lavoro di squadra di tutto il Paese: è una missione portata avanti da pochi grandi gruppi e da una filiera specializzata che vive di meccanica avanzata, automazione e chimica.

Il ruolo della ricerca pubblica

Tra i protagonisti di questa classifica spunta anche la ricerca pubblica. Nel 2025 il CNR ha depositato 33 domande di brevetto, un risultato che gli vale il 9° posto tra i grandi nomi dell’innovazione italiana. Quei 33 brevetti del CNR rappresentano meno dell’1% del totale, una goccia rispetto alle centinaia di domande sfornate dai grandi gruppi industriali. Il suo ruolo non è fare numero, ma mettere in circolo idee strategiche e tecnologie capaci di dare, col tempo, la spinta giusta alle imprese.

Anche per i brevetti divario territoriale tra Nord e Sud

Se guardiamo la mappa dell’innovazione italiana, sembra di vedere un’Italia a due velocità. La Lombardia è la regina indiscussa: nel 2025 ha depositato 1.352 domande (28,4% del totale nazionale). Dietro di lei l’Emilia-Romagna con 1.022 domande (21,4%), seguita dal Veneto a quota 619 (13,0%). Poco più giù troviamo il Piemonte con 501 domande (10,5%), la Toscana a 314 (6,6%) e il Lazio a 264 (5,5%).

Appena si scende lungo la penisola, però, l’entusiasmo si spegne velocemente. Le Marche si fermano a 100 domande, la Liguria a 64, mentre Abruzzo (54), Puglia (56) e Campania (56) restano appena sopra la soglia dell’1%. Per le altre regioni la situazione è ancora più ferma: Basilicata (8), Calabria (11), Sicilia (35) e Sardegna (7) non arrivano nemmeno all’1% del totale. Oltre il 60% delle idee nasce nel triangolo tra Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto. L’innovazione italiana è un affare di famiglia del Nord industriale.

Fonte: European Patent Office (EPO)
Anno di riferimento: 2025

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