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Sono 13.147 i servizi socio-educativi per l’infanzia e coprono solo il 24% della potenziale domanda

Il viceministro per l’Istruzione Anna Ascani intende rende obbligatoria la frequenza agli asili nido in Italia. Ovvero: dai 3 anni in poi i bambini, se dovesse passare la proposta sostenuta da tutto il Pd a partire dal segretario del partito, Nicola Zingaretti, tutti i bambini dovrebbero iniziare ad andare a scuola. Giusto? Sbagliato? A guardare i numeri il problema non è questo. Il problema è che in Italia non ci sono abbastanza asili nido per tutti.

Pochi asili nido in Italia

Sono 13.147 i servizi socio-educativi per l’infanzia che Istat ha censito nell’anno scolastico 2016/2017. Di questi 11.017 sono asili nido, gli altri 2.130, invece, si dividono fra spazi gioco, servizi in contesto domiciliare e centri per bambini e genitori. Numeri davvero troppo bassi: i posti disponibili nelle strutture coprono solo il 24% del target, ovvero i bambini residenti in Italia sotto i 3 anni. Il nostro Paese è ben lontano anche dal 33% di copertura fissato dall’Unione Europea; un parametro minimo stabilito per consentire alle mamme di continuare a lavorare, aiutando a risolvere il problema della scarsa partecipazione delle donne al mercato del lavoro.

Dal grafico sopra è possibile avere il quadro della situazione con la suddivisione fra strutture pubbliche e private, che comunque non raggiungono nella maggior parte delle regioni la soglia del 33%.

Asili nido in Italia: in Umbria sono decisivi i privati

Passando in rassegna regione per regione, la situazione degli asili nido in Italia è disomogenea. In Valle d’Aosta, Umbria, Emilia Romagna, Toscana e nella provincia di Trento il parametro posto dalla Ue è rispettato ormai da diversi anni, e in generale nel centro-nord la copertura delle strutture per la prima infanzia non scende sotto percentuali del 30%.

Al sud, invece, l’obiettivo appare lontanissimo, con regioni che non raggiungono nemmeno il 15%, come Calabria e Sicilia. Un gap di servizi che va dal 7,6% di copertura dei posti sul potenziale in Campania, la regione con il valore più basso, al 44,7% in Valle d’Aosta.

Poi c’è il capitolo pubblico-privato. Le strutture private predominano in Umbria, salvagenti che permettono di raggiungere livelli di servizio adeguati. In Calabria addirittura il 73% degli asili nido è a gestione privata, la stessa cifra percentuale identifica le strutture pubbliche nella provincia autonoma di Trento. Un’altra differenza incolmabile fra nord e sud.

I comuni non investono negli asili nido

Un miliardo e 475 milioni di euro è questo l’investimento complessivo che i comuni italiani hanno stanziato per i servizi rivolti alla prima infanzia nel 2016, ma il 19,4% è rimborsato attraverso le rette pagate dalle famiglie.

Tra il 2004 e il 2012 le risorse comunali messa a disposizione dagli sili nido in Italia erano passate da 1.1 miliardi a 1.6, un incremento positivo del 47%, cui è seguita una contrazione della spesa nei due anni successivi, poi una stabilizzazione nel triennio 2014-2016.

Anche la gestione degli asili nido direttamente in capo ai comuni è diminuita negli ultimi anni, con la conseguente crescita degli appalti ad associazioni o enti privati. Nell’anno scolastico 2016/2017 negli asili nido a gestione comunale si sono iscritti 93.200 bambini, contro gli oltre 99.700 contati 4 anni prima: una perdita tutt’altro che trascurabile.

Fonte: Istat

I dati si riferiscono al 2016/2017

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