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Misure simili anche in Francia e Germania, siamo i terzi produttori al mondo: 11,3 kg pro-capite

L’Italia come spesso capita è più complicata degli altri Paesi vicini. E’ tra i pochi Stati europei ad avere di fatto 4 aliquote Iva, dopo l’introduzione, dal 2015 di quella al 5%, oltre a quella ordinaria del 22% e a quelle ridotte del 4% e del 10%. L’aliquota al 5%, nata per servizi sociali, sanitari, assistenziali, didattici ed educativi erogati dalle cooperative sociali, è diventata in poco tempo uno strumento molto comodo per lo Stato: è quella in cui vengono inseriti i prodotti di cui si è deciso un abbassamento dell’Iva, che però non vengono portati al 4%, ma appunto al 5%, garantendo all’erario una perdita minore di gettito.

Il tartufo e le aliquote Iva

Potrebbe essere questo uno dei modi per cominciare a far digerire una crescita generale dell’Iva da effettuarsi nel futuro per non fare saltare i conti? E’ in quest’aliquota che sono stati inseriti per esempio gli assorbenti nei mesi scorsi, ma non solo. E’ anche quella che ha accolto con la legge di Stabilità 2019, tra molte alzate da sopracciglio, il tartufo fresco, su cui prima era applicata un’aliquota del 10%, mentre nel caso dei preparati, come i sughi, si è passati dal 22% al 10%. La cosa che forse molti non sanno è che si è trattato di un atto obbligato, deciso a Bruxelles. Nel 2017 era entrata in vigore la Legge Europea 2015-2016 che conteneva disposizioni per l’armonizzazione delle leggi nazionali in vari temi.

La produzione di tartufo

Tra queste l’agricoltura, dove si richiedeva che l’Italia si adeguasse applicando l’aliquota minima a tutti i prodotti freschi, tra cui i tartufi, come già del resto fanno molti Paesi europei, per esempio in Francia e Germania. A sostenere le richieste della Ue anche l’attività di lobby dei tartufai italiani era stata importante. E si capisce facilmente il perché guardando i dati sulla produzione di tartufi in Italia. Nei numeri della Fao, così come in quelli dell’Istat, i tartufi sono associati ai funghi (del resto sono tecnicamente proprio funghi), ed emerge che siamo i terzi al mondo quanto a produzione pro-capite come si vede di seguito. E’ di 11,3 all’anno. Solo Paesi Bassi e Irlanda fanno più di noi, con 17,4 e 14,4. Al quarto posto la Polonia, a grande distanza, con 6,8 kg.

Certo, in valore assoluto nessuno batte la Cina, che ogni anno produce circa 7,8 tonnellate di funghi e tartufi, più dei nostri 683.620, ma l’impatto sull’economia è minore, visto che a livello pro capite parliamo di solo 5,6 kg, con cui si piazza al quinto posto, assieme alla Lituania. Solo dopo vengono i nostri vicini, come la Spagna, con 4,2 kg pro-capite, al settimo posto, o la Francia, al sedicesimo con 1,5. In ogni caso anche considerando la produzione totale ci piazzeremmo in modo ottimale, secondi dietro la Cina, anche davanti gli Usa, fermi a 419.630 tonnellate.

Il meglio del made in Italy e l’Iva

Tuttavia il tartufo non è l’unico prodotto “di lusso” a essere inserito nelle aliquote più basse.  Consideriamo per esempio che quella del 4% è applicata su tutti i formaggi, sia su quelli più economici, che quelli più ricercati, dal bitto storico, a 300euro al kg, come un tartufo nero, al caciocavallo podolico, a 100 euro al kg. Mentre i salumi, compresi i più pregiati come il culatello di Zibello, che arriva a 120 euro al kg, sono comunque inclusi nell’altra aliquota ridotta, quella al 10%. Quella in cui alcuni parlamentari poco tempo fa volevano portare le ostriche, ora al 22%.
Per ora non ci sono riusciti. Avranno più successo proprio quando la tendenza potrebbe essere quella di un rialzo generale?

Fonte: Fao, Istat

I dati si riferiscono al: 2018

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