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Da sempre l’astensionismo è alle stelle. Il bilancio di 5 anni di governo di sinistra

La Sicilia è stata definita “l’isola degli astenuti”. Motivo: la scarsissima partecipazione al voto. Alle regionali del 2017 la maggioranza assoluta degli aventi diritto al voto è rimasta a casa. Sono andati alle urne 2 milioni 179mila e 295 persone, corrispondenti al 46,75% degli aventi diritto.

I 5 anni di Rosario Crocetta avrà avvicinato o ulteriormente allontanato i siciliani dalla politica? Molto dipende dall’andamento dell’economia regionale sotto la sua guida. Ecco un bilancio.

La spesa regionale

Il grafico sopra indica come è cambiata la spesa pubblica della regione Sicilia tra il 2012, anno in cui è stato eletto il governatore uscente Crocetta, e il 2015, l’ultimo di cui è disponibile in modo definitivo il bilancio. Le spese totali sono cresciute nei 3 anni del 2,32%: da 18.536.023.193 euro a 18.965.221.476.

Non si tratta di una crescita omogenea, naturalmente. In questo caso particolare, poi è soprattutto provocata da un aumento delle partite di giro (le “partite che si compensano con l’entrata”), che crescono del 98,39%. Si tratta per esempio di restituzione di tributi che la regione ha incassato ma che deve per legge passare allo Stato o di altre voci per cui la regione fa solo da “passacarte”. Ad esempio per le spese per le elezioni e la costituzione dei seggi. Paga la regione con soldi dello Stato.
L’aumento del 2015 è probabilmente dovuto al fatto che per quelle imposte che vengono raccolte e in parte girate allo Stato c’è stato un miglioramento a livello di riscossione, vi sono stati meno ritardi, e il denaro raccolto e poi trasferito a Roma è stato maggiore.
Detto questo, le voci che più contano sono in realtà quelle relative alle spese per il personale e al funzionamento della macchina regionale.

Quanto costa la macchina regionale

La spesa per gli organi istituzionali è calata del 9,71%, quella per il personale del 9,23%. Giù del 9,4% anche gli acquisti di beni e servizi, tranne le spese per collaborazioni esterne e consulenze, cresciute del 200,77%, ovvero triplicate. Questo è un classico degli ultimi anni in tutte le amministrazioni pubbliche. Si preferiscono consulenti esterni ai dipendenti.
In aumento anche gli affitti e i leasing, del 60%, e gli acquisti di beni durevoli, +137,48%, mentre calano quelli di beni non durevoli. E’ in calo anche una voce importantissima, che compone più di metà della spesa corrente, quella dei trasferimenti, giù del 4,87%. In particolare i trasferimenti ai comuni, che scendono a 752.707.196 euro mentre 3 anni prima erano più di un miliardo. La diminuzione è del 25,58%.
Molto piccola la spending review verso le Asl che sono di gran lunga la destinazione maggiore delle spese regionali, giù solo dello 0,59% i fondi per la sanità.

Niente soldi ai privati

Le spese in conto capitale, che si fanno come investimento per il futuro, sono crollate. D’altronde è un classico, in tempi di spending review: le spese per investimenti sono sempre le prime ad essere tagliate. In questo caso del 41,99%: da 2.878.254.364 euro a 1.669.632.038 euro.

Giù del 54,73% i beni immobiliari, ovvero la costruzione di infrastrutture; – 39,88% i trasferimenti in conto capitale a province o comuni o aziende private o pubbliche regionali.
Ma qui si deve distinguere. I trasferimenti ai comuni in realtà sono lo 0,52% in più, a soffrire sono quelli alle imprese che sono più che dimezzati, -53,31%. In compenso siamo davanti a un +68,15% nei trasferimenti ad imprese del settore pubblico, che superano ora i 100 milioni.
Insomma, in periodi di vacche magre la regione Sicilia preferisce lasciare a secco le imprese private invece di quelle pubbliche, verso le quali, anzi, accresce gli investimenti. E nel complesso, dovendo risparmiare, decide di tagliare molto più sulla costruzione di strade e ponti rispetto che sugli stipendi dei dipendenti.
Infine, un altro comportamento tipico in questi casi, tra le poche spese in aumento troviamo quelle per il rimborso di mutui e prestiti. Per evitare un decollo dei debiti si cerca di rimborsarli più di quanto si faceva prima. Nel 2015 a questa voce vengono dedicati fondi maggiori per un +269,89%.

Meno dipendenti

Apparentemente la Sicilia non appare più essere a livelli scandalosi in un indice molto peculiare, quello dell’incidenza dei dipendenti pubblici sulla popolazione. E’ certamente sopra la media, ma di poco.
A fronte di una media nazionale del 5,18% la Sicilia è al 5,32%, lontano dal 9,05% della Valle d’Aosta e da altre regioni a statuto speciale come il Trentino Alto Adige, il Friuli Venezia Giulia e la Sardegna, al 7,4%, 6,75% e 6,58% rispettivamente.

Le cose però cambiano se consideriamo solo gli occupati. Ovvero nel calcolo di quanti sono gli statali (o i regionali) sul totale di coloro che lavorano, indice che forse è anche più pertinente. In questo caso la Sicilia balza al terzo posto in Italia: il 19,95% degli occupati lavora per il pubblico, molto al di sopra del 13,99% nazionale, e appena sotto al 22,03% e al 21,01% di Calabria e Valle d’Aosta.
Anche qui come nella classifica precedente è la Lombardia a essere all’ultimo posto. Ma già lo sappiamo.


Uno su 9 è dirigente

C’è un altro dato peculiare riguardo la Sicilia che riguarda, in questo caso, solo i dipendenti regionali. A quanto pare un dipendente su 9 è un dirigente. Una cifra abnorme considerando che persino nel Lazio lo sono solo uno su 13 e in Lombardia lo è uno su 15. E allora, come è andata l’occupazione in questi anni in Sicilia? Lo dice il grafico qui sotto.

Il dato negativo è in particolare quello del 2016. Dopo un recupero nel numero degli occupati con un +2,3% nel 2015, nel 2016, mentre nel Paese proseguiva la crescita dell’occupazione in Sicilia c’era un calo dello 0,1%. Il grafico qui sotto mostra l’andamento della disoccupazione nell’isola in base al titolo di studio e all’età.

In particolare è nell’agricoltura e nelle costruzioni che si è verificata la maggiore differenza tra i dati del 2015 e del 2016. In questo ultimo anno gli occupati nelle costruzioni infatti sono calati del 7%, giù anche quelli dell’industria, -3,2%. -2,6% nell’agricoltura.
I lavoratori in questi anni sono cresciuti soprattutto nei servizi, ma in particolare nel settore dell’ospitalità e della ristorazione, con un aumento nel 2015 e 2016 del 6,5% e del 1,3%. Si tratta di uno dei settori, ricordiamolo, in cui gli stipendi sono più bassi e i contratti più precari
Il dato più preoccupante però è la crescita del 4% dei disoccupati nel 2016. Cosa è accaduto? Che in molti inattivi, che non lavoravano né cercavano lavoro, da sempre molto numerosi in Sicilia, hanno deciso di cercarlo. Non trovandolo però.

I dati si riferiscono al: 2012-2016

Fonte: Bilancio regionale, Istat

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