In Fisco e tasse

In tutto il mondo sono “spariti” 7.600 miliardi. E le disuguaglianze crescono

Nell’Unione europea, così come in molte parti del mondo, la disuguaglianza dei redditi è in deciso aumento. Secondo uno studio del Parlamento europeo questa disuguaglianza è alimentata anche dal trasferimento di fondi liquidi nei paradisi fiscali da parte di chi, naturalmente, se lo può permettere.

Soldi invisibili

Nel grafico qui sopra sono indicati tre numeri fondamentali del fenomeno del trasferimento di fondi all’estero: il totale in miliardi di dollari dei soldi trasferiti offshore, la somma in percentuale e la perdita globale di tassazione da parte degli Stati. Le tre cifre sono: 7.600 miliardi di dollari, 8% e 190 miliardi.

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È anche possibile andare più in profondità per verificare quale sia stata l’area del mondo dove le persone hanno trasferito più fondi all’estero. Ebbene: è stata l’Europa.

Il motivo? Probabilmente dipende dal fatto che la lotta alla disuguaglianza avviene spesso tramite uno stato sociale imponente il quale si finanzia con un’alta tassazione. E uno degli effetti collaterali di questo sistema è proprio la maggiore propensione da parte dei cittadini a trasferire altrove i propri soldi per sottrarli all’alta tassazione.

Europa senza freni. La prima per trasferimento fondi all’estero

Come mostra il grafico sotto, i cittadini europei detengono all’estero ben 2.600 miliardi di dollari, molto più di tutto il Pil italiano di un anno. L’Asia viene poco dopo, la cifra delle somme trasferite all’estero è stata di circa la metà rispetto a quella europea, 1300 miliardi. Poi seguono gli Usa, con 1200 miliardi. Queste d’altronde sono le tre macro-aree più ricche al mondo, le altre sono, in proporzione, decisamente più piccoli.

Certo, in percentuale sul totale della ricchezza i fondi trasferiti all’estero (alle Cayman o alle isole Vergini) dai Paesi del Golfo, dalla Russia, dall’Africa, dall’America Latina sono più consistenti di quelli dell’Europa (si arriva anche al 57% del totale della ricchezza). In questo caso pesano anche motivi geo-politici: i timori di instabilità o di crisi finanziarie, come quelle di fine anni ’90, influenzano molto le decisioni dei ricchi di queste aree che preferiscono non detenere tutti i propri averi in patria.

Le tasse europee

In Europa, invece, conta molto di più la questione della tassazione, e del resto si osserva che il nostro Continente rimane in testa in quanto a gettito (di fatto) evaso, ovvero in quanto a miliardi di dollari che non vengono versati nelle casse pubbliche. L’evasione fiscale europea ammonta a ben 75 miliardi di dollari contro i 36 degli Usa e i 35 dei paesi asiatici. La conseguenza di un minore gettito fiscale è l’impossibilità di sostenere politiche di welfare, e, quindi, l’aumento del divario tra ricchi e poveri.

Perché la disuguaglianza cresce

Il risultato di un alto numero di trasferimenti di fondi all’estero e di un’evasione fiscale così pronunciata è in questi numeri: il 20% della popolazione più ricca in Italia negli anni 2000 aveva un reddito quasi 5 volte superiore rispetto a quello del 20% più povero. Nel 2014 questo rapporto è salito quasi al 6% ed è stata una crescita superiore alla media europea.

Ci superano paesi più poveri del nostro e anche alcuni paesi che non si sono ancora ripresi completamente dalla crisi economica. Ad esempio: in Spagna la disuguaglianza è cresciuta più che da noi, e ora il rapporto tra i redditi dei più ricchi e dei più poveri è poco meno del 7%, come si vede dal grafico sotto.

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I paesi più avanzati hanno tutti livelli di disuguaglianza inferiore, anche se il modo in cui questa è cambiata negli anni è stato molto diverso. In Germania per esempio il rapporto tra redditi dei ricchi e dei poveri è passato da 3,5 a 5%, con un aumento molto consistente. Altrove è invece rimasto simile, è stato il caso per esempio del Regno Unito o della Francia.

Il paese più egualitario è risultato essere la Repubblica Ceca, mentre in una minoranza di stati, come Belgio, Paesi Bassi, Malta e Portogallo, la disuguaglianza è diminuita.

I dati si riferiscono al: 2016
Fonte: Parlamento europeo

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