In Crisi&Ripresa

Cos’è il Reer e perché è così importante per stabilire la capacità commerciale di un Paese

Ci sono diversi modi per misurare la competitività di un Paese. Il Real Effective Exchange Rate (Reer, o Tasso reale di scambio effettivo) misura una sorta di competitività di base, ovvero le condizioni da cui parte la struttura produttiva di uno Stato, i blocchi di partenza da cui poi scatta per andare a fare concorrenza con i propri prodotti e servizi a quelli di altri Paesi.

Il Tasso reale di scambio effettivo

Quello che viene incluso in questo indice è, infatti, la media di quanto il tasso di cambio tra la moneta dello Stato in questione e le altre è sopravvalutato (quindi c’è meno competitività, i prezzi delle merci hanno prezzi troppo alti per essere esportati) o sottovalutato (quindi c’è più competitività, i prezzi delle merci sono più bassi). Si calcola facendo una media di tutti i tassi di cambio con le altre monete dando un maggior peso alle monete di quei Paesi con i quali c’è più scambio commerciale. Inoltre viene aggiunta l’inflazione: se è inferiore a quella degli altri Paesi il Reer è più basso, e, quindi, c’è più competitività internazionale di prezzo.
Se per esempio l’euro si svaluta rispetto al dollaro e contemporaneamente l’inflazione italiana è più bassa di quella dei Paesi con i quali commercia, si avrà probabilmente per il nostro Paese un Reer negativo, che indica una maggiore competitività, perché i nostri prodotto sono più convenienti. Contano molti elementi, per esempio l’euro potrebbe svalutarsi verso una moneta, come il Yuan cinese, ma se un determinato Paese commercia molto poco con la Cina la sua competitività non ne risente molto positivamente, mentre il vicino che ha scambi molto vivaci con Pechino diventa molto più competitivo, anche se, magari, ha una inflazione maggiore.

La competitività delle imprese

E’ chiaro che nel confronto tra Paesi dell’area euro non si può parlare di una maggiore o minore competitività basata sul cambio tra monete, essendoci solo l’euro, ma conterà solo la diversa inflazione: per esempio, l’Italia diventa più competitiva in Germania se l’inflazione italiana è più bassa di quella tedesca e i suoi prezzi calano di più o aumentano di meno.
Se guardiamo quindi ai dati complessivi vediamo come se la sono cavata gli ultimi anni quei Paesi europei che hanno avuto livelli di Reer maggiori o minori del 5%, ovvero oltre quella soglia che la Ue ritiene pericolosa, soprattutto se superata su una media di osservazione di tre anni (cioè se facendo la media triennale si va oltre il +5% o sotto il -5%).
L’Italia, nel 2012, presentava un Reer del -6,2% che indica un alto tasso di competitività, causato soprattutto dal deprezzamento dell’euro rispetto al dollaro e come conseguenza della crisi finanziaria.
Nel 2016 vi sono stati molti Paesi che hanno avuto un Reer negativo, primi fra tutti quelli che hanno subìto più di altri la crisi economica negli anni passati, quindi Cipro, Irlanda, Spagna, Grecia, Italia. Il grafico sopra mostra l’andamento del Reer per alcuni Paesi europei, in rosso, l’andamento dell’Italia.

La competitività dell’Italia

Le cause specifiche però sono diverse, nel caso dell’Irlanda, Paese molto legato agli Usa e alla Gran Bretagna c’entra la svalutazione rispetto a dollaro e sterlina; in quello di Grecia, Spagna e Italia, invece, è l’inflazione più bassa della media degli altri Stati che gioca un ruolo fondamentale. L’Italia ha cominciato ad avere Reer col segno meno solo dal 2015, nel momento in cui, cioè, la nostra inflazione si è rivelata, dopo decenni, minore anche di quella tedesca. Chiaramente svalutare troppo può essere negativo se si devono importare merci, ma in una fase successiva alla crisi è quello di cui abbiamo bisogno. Negli ultimi 2 anni abbiamo migliorato la competitività di base anche più della Germania, che si è fermata a un -1,5% e un -2%.
I Paesi Baltici, Estonia, Lettonia e Lituania invece hanno un corposo segno + causato dalla forte svalutazione del rublo rispetto all’euro, che di fatto li ha sfavoriti in quanto Paesi che con la Russia commerciano molto: le loro merci ora in Russia costano più di prima, sono meno competitive.

Competitività e concorrenza

Se guardiamo le cose da una prospettiva più ampia però ci accorgiamo che stiamo solo compensando squilibri che vengono da lontano e che non sono ancora risolti. Di seguito osserviamo l’andamento del Reer dal 1999, ovvero da poco prima dell’introduzione dell’euro. Ponendo tutti i Reer a 100 in quell’anno vediamo come sono cambiati. In generale dal 2002 in poi c’è stato un movimento verso l’alto, quindi verso una minore competitività, a causa dell’apprezzamento dell’euro e in alcuni casi a tassi di inflazione più alti della media dei Paesi esaminati.
Come mostra il grafico sotto, questo discorso è valido fino al 2008, quando la crisi ha provocato una svalutazione della moneta unica e una minore inflazione e c’è stato un recupero di competitività. Non è stato lo stesso per tutti però. Come si vede la Germania non ha mai di fatto superato i livelli di Reer del 1999 rimanendo alla pari e al di sotto. Questo perché ha sempre avuto una inflazione minore di tutti gli altri, soprattutto dell’Italia.
L’Italia ora è tornata a un Reer simile a quello del 1999, quindi siamo competitivi come quando è stato introdotto l’euro, ma siamo solo a metà classifica. La Germania è ancora in testa, con un Reer minore di allora. Inoltre Berlino può giovarsi di una struttura di partner commerciali molto diversificata ad esempio verso Paesi asiatici le cui monete nel tempo si sono rivalutate rispetto all’euro rendendo i prodotti tedeschi più economici. Anche quelli italiani, certo, ma la Germania commercia di più con l’Asia, e quindi ne beneficia maggiormente.

Il Reer rappresenta quindi un grado di competitività di base, il livello di partenza per affrontare la concorrenza, ma non basta, poi esistono tutti gli altri elementi che rendono i prodotti di un Paese più o meno attrattivi, in cui conta molto il merito di un sistema Paese, per esempio l’efficienza e la struttura e la competitività delle imprese italiane e del territorio, o il costo del lavoro, in parte inserito nell’inflazione, ma non completamente.

I dati si riferiscono al: 1999-2016

Fonte: Commissione europea

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